Il carciofo tra affollata sagra per mangiare e storie da ricordare

Il carciofo tra affollata sagra per mangiare e storie da ricordare

28 Aprile 2026 0 Di Lidano Grassucci

Non volevo scrivere di queste cose da cui vengo e ove non sono che niente, ma da vecchio i ricordi fanno un poco come “cazzo gli pare”. Così ecco il ritorno

Era tempo di carciofi; ora meno. A Sezze la sagra è stata un grande successo di pubblico: file di persone, persone in fila. Ma i carciofi sanno di ferro; rendono amare le mani di chi li recide dalla pianta con il coltello.

​I carciofi non sono un cibo da strada, né un banale sfizio per palati golosi: sono una cultura capovolta. Non nascono da seme — e già questo cambia tutto — non seguono i cicli annuali, ma s’invecchiano con calma. Rubano dalla terra come bimbi che allattano dalle madri, e le madri, poi, si debbono riposare. Hanno il cuore tenero protetto da foglie che non lo sono; lasciano in bocca un sapore forte che non va via neanche con il vino d’osteria.

​Il carciofo è l’incontro tra due popoli di Dio: il mio e quello dei fratelli d’Israele. Noi facevamo piante grandi; loro le ingentilivano per il palato con il rigore di quella fede. Noi, invece, avevamo solo fame.

​Per me il carciofo è mio nonno che caricava il carretto, che passava tra i filari bagnandosi dell’umido del mattino. È mio padre, che si ostinò a fare il contadino. Io, invece… io ho tradito per queste quattro parole; non ho difeso il ferro del mio corpo. E ora che il tempo mi segna, quel ferro mi manca.

​Il mio amico Enzo mi chiama: «Guarda con chi sto?». Lo riconosco: è Lillo “La Scafarola”, contadino di contado. Come sempre, quando parliamo, mi ricorda mio padre che si gustava la sigaretta sul far della sera. I contadini, a sera, si perdono un poco rispetto alla loro battaglia contro una natura che cerca di respingerli. Lillo mi parla di quel tempo in cui il senso delle cose non è il bisogno.

​Il carciofo se ne frega del tempo e delle semine: fa come gli pare. Dalle cime ai carciofini, dal Manzanarre al Reno. Ci passi e ripassi come un contadino, e ti fai la vita amara. Mangiarlo non è “sagra”, è necessità. Due poveri del mondo — gli ebrei erranti e i contadini della malaria — non potevano che scommettere su quel “fiore brutto”, senza colore, amaro se non lo sposi con l’olio, il sale e il sacro fuoco.

​Così è il mio carciofo: senza sagre, ma colmo di ricordo.