La stagione del D’Annunzio e l’ autoesclusione della cultura di Destra. Celentano invita Ranucci e Veltroni
25 Giugno 2026Capisco poco, forse niente. Il sindaco di Latina, Matilde Celentano, presenta la stagione teatrale del D’Annunzio. Ascolto distratto, poi mi soffermo. Chi saranno le star della stagione? Sigfrido Ranucci e Walter Veltroni.
Sì, proprio Walter Veltroni, il fondatore del PD, e Sigfrido Ranucci, l’uomo che dalla Rai castiga il mondo — anche se forse ogni tanto prende un abbaglio, come sul Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sul caso Minetti e sulle adozioni.
Intendiamoci: credo che la cultura non debba avere limiti, ma il pluralismo sì, è un requisito fondamentale. Possibile che non ci sia uno straccio di intellettuale o giornalista, non dico strettamente di destra, ma almeno di area liberale da aggiungere a questo programma? Con tutto il rispetto, Ranucci e Veltroni non sono esattamente i fratelli De Filippo o Dario Fo.
La cosa che emerge con più forza, alla fine, non è chi è stato messo in cartellone, ma chi è stato escluso. È la vecchia egemonia culturale gramsciana che si ripete, un monopolio che nega il diritto di cittadinanza a qualsiasi altro pensiero laico e liberale. Certa sinistra integralista, d’altronde, non si percepisce come un’opinione tra le altre, ma come la Verità e la superiorità morale assoluta di fronte all’“errore” rappresentato dagli altri. E gli altri sono i padroni di casa, gli ospitanti.
C’è una destra che si sente, essa stessa, non all’ altezza tanti che non si invita neanche a casa sua.
Ranucci, per dire, ha sostenuto in passato che il ministro di destra Nordio si trovasse dove non era mai stato, rendendolo protagonista di fatti mai avvenuti. È giusto che Ranucci possa dire ciò che vuole, ma allora, per parità di condizioni, dovremmo fare un recital di Nordio, un monologo della Minetti e un lamento dei contribuenti che, se la sua famiglia d’origine della stessa Minetti avesse ragione si troverebbero a pagare il conto… Salato.
Dovremmo poi leggere sul palco una nota del Quirinale sul rigore di una grazia concessa, come direbbe mio padre, “con testa e testone”.
Veltroni e Ranucci hanno pieno diritto alla loro voce, ci mancherebbe. Ma a Latina rischiano di essere un coro unico che stona con il contesto.
Capito perché servirebbe urgentemente un Assessore alla Cultura in questa città? Per fare cultura vera, non per riempire serate vuote con nomi di grido, nell’ ovvio. La Cultura non carezza il gatto per il verso del pelo ma pone al gatto il problema di scendere dall’ albero senza pompieri.
P.S.: Ma già che c’eravate, perché non avete invitato anche Travaglio? Quelli de la 7 in tutte le versioni. Magari pure Trump per dire la sua sui selfie della Meloni


