Ciao Marco, da sotto il palco

Ciao Marco, da sotto il palco

13 Luglio 2026 0 Di Lidano Grassucci

Morire sul palco, mentre si fa ciò che più si ama, è forse l’unica vera consolazione davanti a un destino altrimenti inaccettabile. Marco Zaccarelli è stato colto da un malore fatale mentre recitava a Roccagorga con la sua storica compagnia, Le Colonne. In casi come questi le parole di rito si sprecano, ma la realtà è cruda: i soccorsi immediati si sono rivelati del tutto inutili. È una tragedia immane, consumatasi proprio mentre la compagnia guidata da Giancarlo Loffarelli metteva in scena uno spettacolo sul caso Moro.

​Marco amava il teatro di un amore viscerale; quarant’anni di palcoscenico sono tanti, sono una vita intera. La sua era una recitazione profondamente umana, fortemente teatrale, fatta di presenza scenica e di un tono costantemente un gradino sopra il semplice racconto: quel timbro unico che appartiene solo a chi il teatro lo vive e ci sale sopra come se entrasse in un tempio, praticando una vera e propria religione laica.

​L’ultima volta che l’ho visto recitare è stato nel lavoro dedicato a Giacomo Matteotti. Marco interpretava Filippo Turati. Al di là della mia personale simpatia a priori, devo dire che sul palco aveva saputo tirare fuori con straordinaria efficacia quel socialismo umanitario che ha reso Turati, e i socialisti di quel tempo, uomini di un’altra pasta. Si muoveva in scena trasmettendo quel senso di profonda preoccupazione per il compagno, quel senso del “sacrificio” in nome di un’idea. Con la sua barba ordinatissima, sul palco Marco era Turati, esattamente come la storia ce lo tramanda.

​Ti saluto da qui, caro Marco, come uno dei tanti che ha avuto il privilegio e il piacere di incontrare la tua recitazione: una recitazione viva, mai accademica, nata e nutrita solo da una grandissima passione.