I Giardinetti e l’ appello a Zaccheo per la panchina di Tiziano Ferro
22 Luglio 2026I Giardinetti sanno di aghi di pino: stanno alle “città del silenzio” come le cicale all’afa. Non sono una semplice villa comunale, né un comune parco urbano; sono uno stato mentale, un luogo neutro dove uscire dallo schema razionale della città e ritrovare una dimensione quasi da realismo magico sudamericano. Qui ci sono gli alberi, i viali, le panchine: un luogo sospeso tra Villa Borghese e i giardini di Parigi, ma senza alcuna pretesa monumentale.
Prima dell’era dei cani ci passeggiavano i bambini, ci giocavamo noi ragazzi e ci si scopriva il mondo. Poi i cani sono diventati come figli, ma il giardino è rimasto comunque lì — pur tifando io, da sempre, per i gatti. I Giardinetti non erano festanti: erano verdi, erano uno stacco libero, quel verde nuovo restituito a una palude sparita.
Ora li celebrano, ma è come dare voce cantata a un coro muto, come fare una corsa restando fermi. È la mania di fare di un luogo che ha già un suo senso profondo qualcos’altro: persino un grande dinosauro per giocare con paure da ritrovare. Ma a cosa serviva fare tutto questo rumore?
Come avrei festeggiato io? Con il silenzio. E con un quadro impressionista — dipinto in un pomeriggio qualunque qui ai Giardinetti — da appendere a tutta parete nella sala del Consiglio Comunale.
I Giardinetti hanno resistito a tutto: alla retorica fascista del mito rurale e dell’uomo nuovo dedito alla macchina, alla città nucleare, al sogno industriale, fino ad arrivare al declino dei palazzinari.
Oggi non c’è da festeggiare, ed è triste. Per questo chiedo a Vincenzo Zaccheo, presidente della fondaziiun unico, vero favore: rimettere la panchina di Tiziano Ferro al centro di ogni iniziativa. Mi dicono che la panchina c’è e vivaio ma intorno alla panchina deve nascere un nuovo modo di stare insueme. Tiziano è l’unico artista di Latina conosciuto nel mondo. Lui sta a noi come Dante sta all’italiano, Verdi alla musica, la Ferrari all’automobile o Ferrero alla Nutella. Se non capiamo nemmeno questo, siamo inevitabilmente destinati alla mediocrità.


