Il futuro è venuto e se n’è andato!

Il futuro è venuto e se n’è andato!

28 Luglio 2026 0 Di Davide Venditti

È forse questa la frase più adatta per raccontare gli anni Venti del Duemila. Non perché il futuro non sia arrivato, ma perché è arrivato senza mantenere le sue promesse. È arrivato sotto forma di schermi, algoritmi, intelligenze artificiali, automazioni, mercati globali, connessioni istantanee, città illuminate e vite sempre più digitali. Ma mentre tutto sembrava avanzare, qualcosa nell’uomo arretrava. La ricchezza si concentrava, il lavoro si svuotava, la speranza si consumava. Il futuro è venuto, ha bussato alla porta, è entrato nelle case, nelle tasche, nei telefoni, nei corpi, nelle menti. Poi se n’è andato, lasciando dietro di sé una nuova recessione dello spirito.

Gli anni Venti del 2000 non assomigliano all’alba promessa di una civiltà superiore. Assomigliano piuttosto a una grande sala d’attesa. Tutti connessi, tutti informati, tutti apparentemente liberi, eppure tutti più stanchi, più soli, più ricattabili. La depressione non è soltanto economica. È una nuova depressione, una nuova grande depressione, forse ancor più grande, perché non riguarda soltanto il pane, il salario, il lavoro, la casa. Riguarda il senso. Riguarda la percezione di non avere più davanti un domani realmente migliore.

Per decenni il futuro è stato una promessa collettiva. Studia e starai meglio. Lavora e costruirai qualcosa. Risparmia e avrai sicurezza. Sii paziente e il progresso ti premierà. Oggi quelle frasi suonano come reperti di un secolo morto. Il futuro è venuto e se n’è andato proprio perché ha smesso di essere una direzione. È diventato un prodotto, una notifica, una pubblicità, una merce venduta da chi possiede già tutto a chi non possiede quasi più nulla.

La grande tragedia del nostro tempo è che il progresso tecnico non coincide più con il progresso umano. Possiamo parlare con una macchina, ma non sappiamo più parlare tra noi. Possiamo generare immagini, testi, mondi artificiali, ma fatichiamo a immaginare una vita concreta, stabile, dignitosa. Possiamo vedere ogni guerra in tempo reale, ogni crisi, ogni crollo, ogni scandalo, ma questa conoscenza continua non ci rende più forti: ci rende esausti. Il mondo è diventato trasparente e proprio per questo insopportabile.

Il futuro è venuto e se n’è andato perché ha mostrato il suo volto più freddo. Non quello della liberazione, ma quello della sostituzione. Non quello dell’abbondanza condivisa, ma quello della competizione permanente. Non quello della comunità, ma quello dell’individuo isolato davanti a uno schermo, chiamato ogni giorno a performare, produrre, adattarsi, sorridere, aggiornarsi, reinventarsi, mentre intorno a lui tutto diventa più caro, più fragile, più distante.

Questa è la nuova recessione. Questa è la nuova depressione. Non soltanto un crollo dei mercati, ma un crollo dell’orizzonte. Una società può sopravvivere alla povertà materiale se conserva una fede nel domani. Ma quando il domani diventa minaccia, quando il futuro non consola più, quando ogni innovazione sembra portare con sé un nuovo sfruttamento, allora la crisi diventa più profonda di qualunque crisi economica.

Gli anni Venti del Duemila sono questo: il tempo in cui l’umanità ha visto arrivare il futuro e ha scoperto che non era stato costruito per tutti. Era veloce, brillante, potentissimo, ma non necessariamente giusto. Era pieno di possibilità, ma povero di destino. Era capace di moltiplicare tutto, tranne la serenità. E così il futuro è venuto, se n’è andato, e noi siamo rimasti qui, modernissimi e disillusi, circondati da strumenti miracolosi e da vite sempre più precarie.

Forse la vera domanda non è più quando arriverà il futuro. È se saremo ancora capaci di desiderarne uno.