Il sole picchia duro sulla testa della gente
5 Agosto 2026Quando fa caldo, il sole batte sulle teste e picchia duro. Lo scriveva nei suoi romanzi su Don Camillo e Peppone il grande Giovannino Guareschi: quel sole rovente spiegava il carattere di una gente passionale, così fuori di testa che ogni problema diventava una guerra, ma sempre attenta a non farsi male davvero.
Erano romanzi, certo. Erano figure disegnate da una penna, pensate nel battere lungo e persistente di una macchina da scrivere. Ma cosa c’era nel mito che trasformava la Bassa Padana in un piccolo Olimpo? C’era l’idea profonda che non fosse poi così detto che il Crocifisso avesse sempre la ragione e il Comune con le bandiere rosse il torto. Non era poi detto.
Ogni tanto Don Camillo dimenticava la devozione a Cristo e diventava un crociato pronto a liberare Gerusalemme dagli infedeli. Ma il Cristo sul tabernacolo gli parlava proprio in quel momento, ricordandogli ogni volta che Peppone era soltanto un buon cristiano: uno che voleva ciò che sapeva essere il bene comune e che non avrebbe mai tradito la Patria.
Sono storie che hanno bisogno del sole. Perché quando arriva il tempo dell’acqua dal cielo, arriva l’alluvione: il fiume si fa cattivo e se ne frega della gente.
Leggere le storie ti dona il privilegio di aver vissuto mille e mille vite, pur all’interno di una sola esistenza. E alla fine, Don Camillo non ha torto a pensare che esista un mondo senza misericordia; così come Peppone ha ragione a dire che forse anche il Nazareno aveva letto Marx — ma quando lo ha fatto era già morto e pure risorto. In suo nome si sono combattute mille guerre, eppure la verità rimaneva lì, evidente: il mondo è chiaro alla luce del sole che picchia forte e che a mezzogiorno non fa ombre.
Così, zaino in spalla, si va. Ho aperto gli occhi, destato nel giorno pieno: tutto il resto sono solo ombre del far della sera o capovolte del mattino. Non so se ho fatto bene o male, ma conosco le mie intenzioni e odio chi fa del male.
A un mio amico medico, che per un attimo perde la speranza, dico: «Dai, siamo ancora qui, e mica era scontato». Quanto tempo abbiamo? Soltanto quello che viviamo: non un secondo in più, non uno di meno.


