Raccontare e il pugnale di chi si “attenta” da solo

Raccontare e il pugnale di chi si “attenta” da solo

12 Agosto 2026 0 Di Lidano Grassucci

​Faccio un mestiere infame: racconto le cose che si possono raccontare, ma anche quelle che vorrebbero non essere raccontate. Noi giornalisti non siamo però delatori, confidenti della Polizia o sodali di chi agisce male. Siamo i raccontatori, quelli che non dovrebbero cambiare le cose, ma che se ne accorgono se cambiano le cose e lo dicono. Noi non tracciamo le linee di confine tra il bene e il male, anzi, le confondiamo cercando i dubbi.

​Noi possiamo credere che ci sia un Dio dell’universo, ma dobbiamo dire che non lo abbiamo mai visto.

​Ogni volta che ricordiamo il passato, un poco lo spieghiamo con il presente e restiamo illusi del futuro.

​Faccio un mestiere che mi ha portato a parlare con il cardinale e con l’ultimo degli ultimi. Ho scritto di chi nasceva, ma ho raccontato tanti saluti… e non mi saluterò, ché non potrò.

​Scrivo tutto questo perché leggo di Ranucci e Lavitola, di gente brutta, di un giovane cronista veneto che fa attentati a se stesso.

​Io scrivo con l’ironia di chi fa la spia sulle storie del mondo (non sulle cose di ciascuno nel suo mondo) senza giudicare, ma sapendo bene che anche io ho scritto storie sbagliate e ho vissuto umanamente. Non ho mai giudicato gli errori altrui: mi bastano i miei.

​Se avessi voluto fare l’inquisitore, avrei preso i voti cantando inni al Signore. Ho deciso di raccontare e questo è il mio peso sapendo che racconto di persone e un racconto infingardo può uccidere più del pugnale.