Il paradosso della difesa!
17 Agosto 2026La nuova frontiera della semplificazione politica è questa: se ti difendi, sei fascista.
Difendi i confini del tuo Paese? Fascista. Difendi la tua persona da un aggressore? Fascista. Difendi la tua casa da chi vi entra per depredarla? Fascista.
Una tesi tanto rozza da diventare, nella sua pretesa moralità, quasi grottesca.
Il punto è elementare: chi aggredisce è colui che introduce la violenza nella situazione; chi si difende vi reagisce. Confondere le due figure significa capovolgere la realtà attraverso un artificio retorico.
E la faccenda del ladro è persino più surreale. Non è il proprietario a stabilire che qualche oggetto valga più della vita umana. È il ladro che, scegliendo deliberatamente di introdursi nell’altrui domicilio per appropriarsi di ciò che non gli appartiene, accetta di esporsi alle conseguenze della propria condotta. Non è il proprietario ad aver trasformato una casa in un teatro di rischio: è l’intruso ad avervi fatto irruzione.
Naturalmente la difesa non è licenza di vendetta. Il diritto stabilisce limiti, condizioni e proporzioni. Ma proprio per questo la discussione dovrebbe riguardare dove termini la legittima difesa e dove cominci l’abuso, non stabilire che la sola pretesa di potersi difendere sia una manifestazione di fascismo.
Perché quando una categoria politica viene utilizzata per delegittimare qualunque forma di autodifesa, non si sta più elaborando una concezione della giustizia.
Si sta semplicemente sostituendo l’argomentazione con un’etichetta.
E quando l’unico argomento rimasto è chiamare «fascista» chi non accetta di essere inerme, forse il problema non è la presunta deriva autoritaria di chi vuole difendersi.
È la povertà intellettuale di chi pretende di impedirglielo attraverso una parola.


