Eutanasia: non condanniamoci a vivere ma finire è difficile

Eutanasia: non condanniamoci a vivere ma finire è difficile

5 Settembre 2026 0 Di Lidano Grassucci

Regione Veneto ha approvato una legge sul fine vita, sull’eutanasia, sulla libertà di andare via, di uscire di scena quando senti che la scena è tragedia e non più possibilità. Lo avevano già fatto altre regioni; ci sono ragioni varie per sostenere l’addio scelto, ma anche per pensare che la morte non sia a noi disponibile per volontà, così come del resto non lo è il nascere.

​Da un lato il principio che “la vita è un dono e non ci appartiene”, dall’altro l’unicità che non ci rende paragonabili a nessun altro e che ci rende, quindi, liberi di finire. La vita è sacra? Allora è indisponibile. La vita è umana? Allora è umanamente possibile viverla e smetterla. Estesa la libertà, estesa la disponibilità, persino l’uccidere rientra nel novero dell’uomo.

​Vedete, non è facile. Sono liberale, figlio di un mondo che mette al centro l’uomo e non Dio. Credo quindi che se lo senti, devi poterlo fare: se senti che è finita, devi avere lo spazio per scegliere il momento del saluto, che poi è un anticipo. Leggo un articolo di Corrado Augias che chiede libertà: vero e giusto, ma… “Son contento di morire, ma mi dispiace” cantava Gigi Proietti, ed è proprio questo il nodo. Ora lo Stato deve fermarsi davanti alla sfera assoluta non di Dio, non dei valori astratti, ma di ciascuno di noi, non fatto a sembianza di altro se non di se stesso.

​Ho sentito mio nonno invocare la morte, l’ho sentito chiedere di finire, pregando e bestemmiando, ma forse gli dispiaceva. Un mio amico carissimo, Roberto Bianconi, mi disse che no, non voleva morire: a lui piaceva vivere e aveva ancora da fare. Vedete, non sono capace di dirvi cosa sia o cosa sarà, mi sento inadeguato.

​Da ragazzo mi mantenevo all’università con i soldi di papà, ma cercavo anche di darmi da fare. Alle elezioni facevo il presidente di seggio e mi capitò il seggio speciale: il primo anno all’Umberto I di Roma, poi al San Camillo. Dovevo entrare nei reparti di terapia intensiva, lì dove il confine tra il tutto e il niente è sottilissimo. Chiedevo: “Vuole votare?”, e mi sentivo come un cane in chiesa, un verme del futile. Poi, mentre cercavo di uscire avvertendo quel dolore, una mano mi tocca il braccio. Mi giro: “Presidente, vorrei votare”.  La voce era piccola, la mano leggerissima, era una donna. Non me l’aspettavo, mi fermo e dico: “Certo”. Mi metto accanto a lei, le apro la scheda, mi giro dall’altra parte e chiedo a tutti di fare lo stesso. Mi chiama: “Fatto”. Piego la scheda senza guardare, dico grazie e lei mi risponde: “Grazie a lei”.

​Lo leggo come un gigantesco “ci sono anch’io”, il voler dire con un filo di voce che si è ancora vivi. Mi sono sentito forse non del tutto inutile; mi sono sentito come il Generale Della Rovere, che la divisa trasformò da cialtrone a eroe, almeno nel morire.

​Quindi, se mi chiedete cosa sia meglio, rispondo che a 65 anni pensavo di aver finito da tempo e invece è bello starci finché dura. E la legge? Dica pure le possibilità, ma non pretenda di insegnare come vivere e non può condannarci a farlo.