Littoria, la guerra e quelle vittime civili dimenticate

Littoria, la guerra e quelle vittime civili dimenticate

26 Gennaio 2020 2 Di Emilio Andreoli

Littoria aveva solo dodici anni e stava per essere semidistrutta dai cannoni americani che tuonavano da Anzio. Era appena iniziato lo sbarco. La tragedia della guerra era arrivata anche nella città “bambina”. Tutto questo successe solo settantasei anni fa e morirono pure dei civili. Di loro si parla troppo poco. Ho provato a chiedere, ma nessuno sa il numero esatto di quelle vittime, forse una ventina mi ha riferito il professore Francesco Tetro. Al cimitero però, ci sono due tombe che “raccontano” qualcosa…

Il cimitero è un luogo dove non amo andare, mi rende triste e quindi ci vado raramente, ma l’altro giorno ho avvertito la necessità di raccoglimento, e un po’ di pace, e sono andato. Era ora di pranzo, non c’era nessuno. Sono entrato dall’ingresso principale, nella parte vecchia per intenderci, dove le tombe sono tumulate nella terra.

Al centro svetta una scultura che è dedicata a Giuliano Carturan, vigile del fuoco di Latina che morì mentre soccorreva i terremotati della Valle del Belice in Sicilia, a lui è anche intitolato il piazzale dove c’è il comando dei vigili del fuoco. A sinistra del monumento noto due tombe, in una ci sono nove foto, otto adulti e un bambino, nell’altra due che ritraggono un padre e un figlio. Questa seconda tomba è talmente ridotta male che non si riesce neanche a leggere la dedica sulla lapide, si leggono solo i nomi: Antonio e Vincenzo Ducale, padre e figlio. Sono entrambe risalenti alla seconda guerra mondiale. Ne avevo sentito parlare, ma non le avevo mai viste.

Tomba famiglia Gennaro

Tomba famiglia Ducale

Nella prima tomba, sotto ogni foto c’è solo il nome: Ernesto, Nereo, Mario, Marino, Irma, Romilda, Antonio, Luigi. Più in basso, al centro, la foto di un bimbo, e una dedica:

 

Gianni Roma di Marino e di Gennaro Maria

Qui deposti sono di Ernesto Gennaro e della famiglia

Gli sventurati resti mortali resi esamini non da natural decesso

Ma da omicida furor del cannon e dalla mitraglia

 

                                                                           26 Gennaio-2 Marzo 1944

I pochi superstiti posero

 

Dopo aver letto la dedica guardo di nuovo le foto, una ad una, e nel silenzio tombale cerco di immaginare quei giorni a Littoria e di immedesimarmi in quei civili, che hanno vissuto la drammaticità della guerra.

Era la fine del 1943 quando la guerra cominciò a farsi sentire anche nell’Agro Pontino, ma Littoria non sembrava essere presa di mira perché il fronte era poco più a nord, verso borgo Podgora fino a borgo santa Maria e gli abitanti di quei luoghi si rifugiarono in città. Qualche famiglia pare si rifugiò anche al Palazzo M dove nei sotterranei c’era la possibilità, all’occorrenza, di mettersi al riparo dalle bombe. Pure in altri palazzi si trovavano ricoveri di fortuna, come quelli dell’INA vicino al tribunale, ma il vero rifugio antiaereo era stato costruito dalle parti dove ora sorge la chiesa di santa Maria Goretti.

Mia mamma ogni tanto mi racconta della guerra e mi dice che gli aerei si sentivano arrivare da lontano e al suono della sirena tutti scappavano, perché da lì a poco sarebbero arrivate le bombe, ma i colpi di cannone, quelli a lunga gittata, non si sentivano partire erano subdoli, li sentivi solo quando ormai erano arrivati. E deve essere successo proprio così a Littoria.

Lo sbarco di Anzio

A quelle famigliole non sembrava vero di aver trovato un luogo sicuro come il Palazzo M. Quando suonava la sirena fuggivano giù di corsa e la pelle era salva, ma purtroppo non avevano fatto i conti con lo sbarco anglo-americano di Anzio avvenuto il 22 gennaio del 1944.

Dal 26 gennaio al 25 maggio, fu l’inferno in tutto l’Agro Pontino, compreso i paesi dei monti Lepini, dove si contarono tante vittime civili. Uno dei paesi più colpiti fu Cori con 228 vittime dopo tre devastanti bombardamenti, l’ultimo, il più tragico, la sera del 12 aprile. Littoria invece non fu bombardata, fu colpita dalle cannonate degli americani sparate dal mare. Vennero colpite le zone centrali della città, in particolare via Emanuele Filiberto, piazza del Popolo  e piazza del Quadrato dove perse la vita anche il nonno del mio direttore Lidano Grassucci, si chiamava Graziano Bergamin di lui non si è mai trovato il corpo. Il 17 marzo la città venne fatta sfollare dai tedeschi. Chiunque fosse rimasto nella zona, sarebbe stato ritenuto una spia americana.

via Emanuele Filiberto, soldati alleati entrano a Littoria

Le cannonate sul Palazzo M

Chissà cosa stavano facendo quelle persone della famiglia Gennaro in quel momento, prima dell’arrivo della cannonata… il bimbo stava giocando? E i genitori? Forse stavano pensando proprio al futuro del loro piccolo. E gli altri due dell’altra tomba, il papà e il figliolo Antonio e Vincenzo Ducale, erano pure loro al Palazzo M o forse si trovavano altrove, in un altro angolo della città? Chissà, forse non lo sapremo mai, di certo sono sottoterra e noi li abbiamo dimenticati, per questo, l’altro giorno mi sono vergognato guardando la foto di quel bimbo, e ho deciso di scrivere questo articolo.

Pare che quella parte del cimitero verrà ristrutturata e non è certo, che quelle due tombe rimarranno lì. Che fine faranno? Magari chiederanno ai loro discendenti l’odiosa tassa sui morti? E se non ci fosse più nessuno a pagare per loro? Quei morti appartengono alla nostra comunità e l’amministrazione se ne dovrebbe fare carico. Sono stati abbandonati all’incuria del tempo per settantasei anni, credo sia giunto il momento di fare qualcosa per non mandare perduta la nostra storia.

Per non dimenticare

Inoltre sarebbe utile e istruttivo per i giovani, apporre una targa accanto al comune, all’ingresso dell’ufficio anagrafe dove sono ancora ben visibili i segni della guerra, per ricordare le giornate infauste di Littoria. Lo chiesi all’amministrazione precedente e lo chiedo ora a quella attuale. Prima o poi qualcuno mi ascolterà? Vedremo.

I segni della guerra, sulla parete del palazzo comunale di Latina

Foto di copertina, dall’archivio di Cesare Bruni

Ringrazio il Prof. Francesco Tetro e Mauro Corbi