Roberta Massironi e quell’ultimo saluto che un anno fa non ho potuto dare

Roberta Massironi e quell’ultimo saluto che un anno fa non ho potuto dare

6 Giugno 2021 1 Di Emilio Andreoli

Il covid ci ha lasciato il grande dispiacere di non aver potuto dare l’ultimo saluto a qualche nostro amico o amica. Se ne sono andati lasciando quel senso di tristezza e di vuoto per non averli potuti accompagnare nel loro ultimo viaggio. Mi vengono sempre in mente le immagini di quei tanti camion militari con bare anonime in cerca di un luogo per riposare in pace. Il virus ci ha negato anche la dignità della sepoltura. Ma non ci sono stati solo morti di covid, tanti se ne sono andati per altre malattie passate in secondo piano e che purtroppo nessun vaccino potrà fermare. Un anno fa è venuta a mancare una persona che conoscevo e che avrei voluto salutare per l’ultima volta, ma i funerali erano contingentati e mi è sembrato giusto lasciare il posto ai suoi amici più stretti. Si chiamava Roberta Massironi, Robertina per gli amici.

 

È giusto che io scriva solo di storie conosciute? Me lo domando spesso e mi rispondo che non è giusto, il mio dovere è quello di raccontare la città e anche di chi l’ha vissuta nella sua normalità. Ovviamente non scrivo di chi l’ha solo abitata, la differenza tra vivere e abitare per me è sostanziale. Conosco persone che non vivono più a Latina, ma che l’hanno vissuta e continuano a viverla anche attraverso i social. Contrariamente conosco persone che ci abitano, ma che non l’hanno mai vissuta, sono quelle persone che dicono che questa città fa schifo, solo per il gusto di denigrare.

Roberta Massironi l’ha vissuta fino alla fine ed è giusto che io la ricordi. In queste brevi righe cercherò di raccontarla ai molti che non l’hanno conosciuta. Sicuramente chi ha avuto figli, come me, negli ultimi ventisei anni, ed è entrato qualche volta nel negozio di giocattoli Toys, nel centro commerciale Latina Fiori, la ricorderà con il suo ciuffo biondo, sempre disponibile, che dispensava sorrisi a grandi e piccini.

Roberta a dx, accanto a una sua collega, nel negozio Toys

Robertina e i tempi delle comitive

Erano i primi anni ottanta e a Latina c’erano così tante comitive che avevi l’imbarazzo della scelta, il Manzoni, Bar Ezio, Piazza San Marco e tanti altri luoghi. In ogni angolo della città c’erano gruppi di ragazzi e ragazze, insomma un vero centro storico pulsante di vita, e Robertina, come ogni adolescente, si stava affacciando timidamente alla vita, che per quell’età è tutta un sogno.  La ricordo perfettamente come era allora, una ragazza minuta con un grande sorriso. Le ragazze della sua età, noi più grandi, le prendevamo come mascotte e le difendevamo dai malintenzionati.

Robertina negli anni ’80

Era nata a Roma il 17 aprile del 1966, andava a scuola all’Einaudi, studiava come segretaria d’azienda. Poi dopo il diploma aveva cercato subito lavoro per non pesare sulla famiglia, nonostante il padre fosse un dirigente di una importante azienda farmaceutica dal 1972, anno in cui si trasferì da Roma a Latina. inizialmente aveva trovato lavoro in un negozio di abbigliamento, solo per pochi mesi perché poi trovò lavoro nella caffetteria Di Re al centro commerciale Morbella, e in seguito assunta come cassiera all’ipermercato Silos, dove oggi c’è OBI.

Continuando a frequentare le comitive del centro, nel 1987 aveva conosciuto Massimiliano Viccione, che per la sua magrezza gli amici chiamavano “osso”. A Latina andava di moda dare nomignoli agli amici, non so se ancora oggi si usi affibbiare soprannomi come a quei tempi. Dopo qualche tempo di frequentazione della stessa comitiva scattò la scintilla, l’amore è imprevedibile e quando sei ragazzo potrebbe anche essere fuggevole, ma non per loro. Ti accorgi quando una coppia è perfetta e Robertina e Massimiliano lo erano veramente, sembravano due gemelli siamesi.

Roberta travestita da supereroe nel negozio Toys

Un paio di anni dopo li vidi girare mano nella mano e lei con il pancione, stava nascendo Christopher, nome che aveva fortemente voluto lei. Comunque aveva continuato a lavorare al Silos perché per lei l’indipendenza economica era sacra. Poi nel 1996 il Silos chiuse i battenti, e lei riuscì a farsi assumere da “Toys”, un grande negozio di giocattoli nel centro commerciale Latina Fiori che avevano appena inaugurato. Lì aveva trovato il suo mondo incantato, fece così tanta bella impressione ai dirigenti che dopo solo sei mesi venne nominata vice responsabile, ruolo che ha ricoperto fino alla fine, per ventisei anni.

L’amore infinito di Massimiliano

“Quando abbiamo scoperto che aveva un tumore ai polmoni, a ottobre del 2019, le dissi di mettersi in malattia, ma lei era una donna di carattere e mi rispose che doveva prima organizzare la festa di Halloween e poi la festa del negozio, non aveva tempo per mettersi in malattia. Per lei Toys era il suo mondo dove aveva raggiunto la sua realizzazione professionale, amava tantissimo quel lavoro. Io l’ho accudita fino alla fine dentro casa, non ho voluto portarla altrove, l’ho curata con l’amore che ha contraddistinto la nostra storia. Roby era rimasta orfana di mamma nel 1996, come anche del papà qualche anno fa, sempre dello stesso male. Forse avrebbe dovuto fare controlli più ravvicinati, ma purtroppo non possiamo tornare indietro. Sono felice solo di una cosa, che abbia avuto il tempo per  vedere la sua nipotina nata quaranta giorni prima che lei morisse. Dopo la sua morte misi mano al suo guardaroba, lei era fissata per scarpe e borse, e in ogni paia di scarpe trovai dentro un paio di calzini nuovi e questa cosa mi fece una tenerezza infinita. Il suo ultimo giorno di lavoro è stato il 24 dicembre del 2019 e il 6 giugno 2020 è terminata la sua sofferenza”

Roberta e Massimiliano nel giorno del matrimonio del loro figliolo Christopher

Il ricordo della collega Barbara

I bambini ancora la cercano, per loro era la signora Toys e riusciva sempre a farli sorridere. Addirittura molte bambine venivano a mostrare il loro ciuffo biondo come lo portava lei. Per noi colleghe e colleghi era il punto di riferimento meraviglioso, perché sapeva aiutare e ascoltare tutti. Nonostante io fossi dieci centimetri più alta, quando camminavo accanto a lei, mi dava un senso di protezione

Ho voluto raccontare una storia normale, quella di Robertina, una ragazza che ha fatto sognare migliaia di bambini di diverse generazioni di Latina e che per me è sempre rimasta ragazza, e nella mia memoria lo sarà sempre. Lei la città l’ha vissuta non solo abitata e questo saluto, l’ultimo, glielo dovevo. Anche se lei, per la sua proverbiale discrezione, si sarebbe sentita un pochino imbarazzata.

Ciao Robertina.