Benedetto XVI, la rinuncia e quel dialogo tra ragione e generosità che segna questo tempo

Benedetto XVI, la rinuncia e quel dialogo tra ragione e generosità che segna questo tempo

1 Gennaio 2023 0 Di Lidano Grassucci

Nel 2016 scrissi un piccolo libro “Dialogo fuori dalla storia, dialogo che uno non basta” per i tipi di Ego edizioni nel 2016. Partiva dal tempo eccezionale in cui all’umanità era dato di avere due papi: Benedetto e Francesco, ma non in fila indiana come sempre nella storia, ma accanto. Non ho il dono della fede e questo non mi fa più ricco, ma più povero, più solo, più disperato, ma questo è. Pur non avendone il dono ne ho l’educazione, la formazione, la visione del mondo malgrado me e la mia ragione.

Papa Benedetto XVI è morto, in questa settimana si terranno i funerali, l’Osservatore Romano titola nell’annunciare la sua morte: Oggi il signore ha chiamato a Sé Dettagli.

Pubblico, meglio ripubblico, il prologo del libro, nessuna velleità intellettuale, teologica, religiosa solo la lettura di un contadino (ma non si è definito così anche Benedetto? Umile contadino nella vigna del Signore) per altro dentro mille limiti e la coscienza di non capirne di mondo, ma ne parla.

DIALOGO PROLOGO

Perché ho scritto questi dialoghi?
Non ho il dono della Fede, e questo parlare non ha alcuna velleità religiosa. L’ho fatto per dovere verso di me stesso, verso la mia educazione. Ho iniziato a leggere attraverso un libro che raccontava la storia di Santa Teresa d’Avila, con la spiegazione paziente di mia nonna. Nonna leggeva quelle storie dei santi alla luce non della Fede, ma della pietà della mia gente. La pietà è il pezzo di Fede che relaziona con gli altri, è la Fede vissuta con gli altri. La pietà è condivisione del dolore e esaltazione collettiva della felicità. La necessità nasce dalla scelta di Benedetto XVI che “rinuncia”; e che viene visto come debole o traditore; invece per me è stato “cristiano”. Nel senso che la religione di Cristo è l’unica in cui un Dio “rinuncia”; al suo stato e si fa uomo: Lui che ha creato, si fa creatura. Come Benedetto che Papa si “rifà”; uomo per capire il Dio fatto uomo.
Questa scelta sofferta di un intellettuale fine, di un figlio della filosofia tedesca, accanto al suo successore e
quella di Francesco figlio non dell’uomo ma dello scarto degli uomini: genitori emigranti piemontesi in Argentina.
Francesco, figlio povero di un mondo povero che cerca speranza “alla fine del mondo”. L’ultimo posto dove andare e poi c’è inferno ma forse è inferno esso stesso. L’intellettuale che si chiama Benedetto, come il santo che prepara la memoria della civiltà, conservando i libri, le storie e il successore che si chiama Francesco come il santo che prova a salvare la Chiesa tutta dalle divisione del clero grasso, proponendo una Fede povera.
Lui canta le creature e non il creato, lui si fa povero (ma sul serio non come i populisti che predicano le povertà altrui). I
due Papi sono antagonisti dialettici, ma sintesi della sfida dei tempi nuovi. I barrios di Buenos Aires e il grasso della parte cattolica di Germania, la fantasia del tango e il rigore dei valzer.

Da un lato la linea dei preti umani (Giovanni XXIII, Giovanni Paolo I e Francesco), dall’altro i papi intellettuali, arrovellati nella scienza di Dio, come Paolo VI e Benedetto XVI.
In mezzo la Chiesa polacca di Giovanni Paolo II che guardava tanto alla scena, alla luce, meno alle ombre sia quelle della chiesa montanara, sia quelle sofisticate della Chiesa dei libri.
Naturalmente sto dentro la pietà di Francesco, dentro la sua latinità, direi italianità, che uso come concetto universale non di chiusura nazionalista. Perché italiano sta per cittadino dell’universo quando tutto era Roma, e fuori c’erano sensibilità altre. Italiano come civiltà accogliente che respira l’universalità della Chiesa, dei commerci, delle banche. Della idea di piazza: ecco l’Italia è la piazza del mondo e … nessuno si senta escluso.
Ho cercato di trasferire una pietà che è bontà d’amore.
La Chiesa dovrebbe recuperare l’amore dell’assemblea dei credenti. Non è una prova di Fede, resto laico, sono anticlericale nell’accezione che solo in Italia e in Spagna ha senso, per la ragione che qui la Chiesa è, e resta, tutto.
Qui la Chiesa è così dentro la vita che cambiare significa mettere dentro una idea di uomo che sia la traduzione laica di quella pietà che ho cercato di raccontare.
Perché, ammetto, l’ idea di umano che ha una Fede in cui non ci si “eleva” da uomo da Dio, ma Dio “scende” ad uomo è la chiave di lettura della lettura eccezionale che ha dell’uomo l’Occidente.
Mi scuserete, non è questo mio raccontare una necessità esterna, ma un bisogno di capire le mie radici, il mio essere dolorante in questo mondo di errori. Sulle mie montagne, quelle di Leone XIII e delle cose nuove, si dice
dell’altro “se era bono era i nostro, ha iscito malo è gli nostro ugualo”. Traduco: se era buono, bravo e di successo tutti ci saremmo vantati di lui, è stato invece errante, cattivo, fuori dalle regole ma non possiamo lasciarlo solo.

Che è l’idea di Giovanni XXIII di distinguere l’errore su cui bisogna essere rigorosi, dall’errante che bisogna perdonare.
Naturalmente tutto lo debbo a nonna Pippa, senza la quale non sarei quello che sono, errante o giusto che sia. Lo debbo a lei e questi dialoghi sono la sua Fede e la mia meraviglia. Vi racconto una Fede antica.

 

Lidano Grassucci

Dialogo fuori dalla storia che uno non basta. (Confronto ipotetico tra due papi),

Ego Edizioni 2016