I quadri di Sermoneta e le finestre di Latina: la differenza in sala consiglio

I quadri di Sermoneta e le finestre di Latina: la differenza in sala consiglio

31 Luglio 2026 0 Di Lidano Grassucci

​Sono a Latina. C’è un sole boia, un’afa infingarda e un frastuono di cicale. La città pare non girare, ma fermarsi.

​Vado a Sermoneta per “firmare” la pace tra Sezze e Sermoneta… La cittadina è assolata uguale, o forse ha solo un caldo più secco, ma la differenza sta nell’ordine: l’assenza di rifiuti è così evidente che la pulizia quasi non la noti.

​Due ragazzi ci guardano e, curiosi, chiedono: «Ma cosa state facendo?». Sono di Bergamo, stanno qui per vedere una città del tempo passato che vive nel presente.

​Fa caldo, ma la gente si saluta; qui è tutto così piccolo da diventare grande. Lidano Marchionne nota la freccia con l’indicazione “bagni pubblici”: «Che civiltà, è questo che fa la differenza».

​Ci accompagnano nella sala consiliare del Comune, arredata con eleganza, con i quadri alle pareti. Il sindaco Giuseppina Giovannoli dice: «Sì, qui ci facciamo anche le mostre».

​Mi viene in mente l’immagine della sala del Consiglio comunale di Latina, dove l’unico arredo sono le finestre, dove nulla è segnato e manca il senso delle cose. Pare una lavagna, quei muri su cui nessuno ha osato scrivere perché, forse, non si sapeva cosa scrivere.

​Eppure sarebbe stato bello lasciare un segno identitario: che so, la Mater Matuta, Santa Maria Goretti, un pescatore di rane, la gente che qui ha trovato la libertà dalle tragedie dell’Est Europa e dal dramma totalitario del comunismo. Un segno: magari un’idea di atomo, una Littorina. Qualcosa. Qui a Sermoneta c’è già tanto, eppure hanno aggiunto ancora.

​Latina è calda, Sermoneta pure. I due ragazzi di Bergamo chiedono del nome Lidano, della pace tra Sermoneta e Sezze, dell’ordalia… Chiedono curiosi di una storia che ricorda la Secchia rapita tra Bologna e Modena, il livore tra Pisa e Livorno, o quello tra Venezia e il resto del mondo, conteso sul mare tra Genova la Superba e la Serenissima.

​È bello quando la storia vive: nei cimiteri bastano le croci, ma nella vita servono i quadri, gli affreschi. Sono loro la cosa che ci fa davvero italiani.