Il punteruolo rosso che uccide la sinistra

Il punteruolo rosso che uccide la sinistra

23 Agosto 2026 0 Di Lidano Grassucci

Provo ad essere all’altezza di questo tempo, sotto i cui occhi è nato un nuovo integralismo: quello di stare “sempre dalla parte della ragione e mai del torto”. Partendo dall’assunto che nessuno è nel giusto in assoluto, ma che tutti viviamo nella precarietà di esserlo e ci proviamo come possiamo. Nella vita ho tanti difetti, ma non sono mai stato dalla parte della maggioranza: ho sempre scelto i distinguo. Vengo da un modo di pensare alla rovescio, che non serve a conservare ciò che già si sa, ma a scoprire il nuovo. Per tentativi ed errori, non per conferme a priori. Qui, invece, siamo alla sagra della ripetizione dell’ovvio, dove non si scopre più nulla.

​In Italia ci portiamo dietro l’eredità pesante dei preti, che hanno monopolizzato il rapporto con l’Alto negando il pensiero libero dal basso. Il sacerdote legge e il fedele ascolta: perché se leggesse da solo gli verrebbero i dubbi, e qui invece si pretendono certezze. Il modello del “lettore per chi non sa leggere” è il manifesto della gerarchia intellettuale: tra chi sa e chi deve farsi spiegare tutto dal sapiente di turno, rimanendo nell’ignoranza.

​Noi socialisti cominciammo diversamente. Non dai paradisi a venire, ma dalle maestre dalla penna rossa che nelle periferie di Milano non leggevano al posto delle persone, ma insegnavano loro a leggere, nella certezza che tutti potessimo capire. Il libro? Era l’Avanti!, la prospettiva di lavorare meno e meglio, la possibilità di studiare per cambiare la realtà.

​Oggi, invece, la sinistra si adagia acriticamente in un’egemonia culturale che liquida il diverso come “incolto”. La cultura è diventata una barriera per escludere le masse e tutelare gli iniziati. Si è fatta persino “morale”, con nuovi sacerdoti vestiti dei paramenti di quella che Enrico Berlinguer — ma solo dopo essere fallito il tentativo di entrare al governo — chiamò “questione morale”, bollando gli altri come “immorali”. Una sedimentazione ideologica che ha strutturato una sinistra non più in cerca di voti operai, ma di consensi giudiziari.

​Così, il socialismo come modello di giustizia nella distribuzione della ricchezza ha lasciato il campo a un conformismo piccolo-borghese. Un conformismo che avrebbe fatto orrore a Pier Paolo Pasolini, il quale l’aveva già tracciato nei giorni di Valle Giulia, vedendo il vero proletariato negli agenti di polizia venuti dal Sud di fronte ai “figli di papà” che giocavano alla rivoluzione col golfino di mamma.

​Questo sistema è diventato un onanismo politico: non trasmette più passioni, ma distribuisce solo scomuniche, colpendo il nemico semplicemente perché diverso. Siamo passati da Duccio Galimberti a Sigfrido Ranucci, tra amicizie che profumano di mine da cava e narrazioni condite dai soliti ingredienti: poteri forti, mafie, massoni, servizi segreti israeliani e i “cattivi” di turno di ogni parte del mondo.

​Eppure, sarebbe bastato dire, nel 1989, che i socialisti avevano ragione: che dietro quel Muro non c’era il paradiso, ma l’orrore di una Chiesa senza Dio. Oggi come allora ci vorrebbe coraggio. Ci voleva la forza di insegnare a leggere, invece di leggere al popolo per continuare a dominare.

Ma le chiese sono così, le eresie sono diverse perché si contraddicono in sé stesse.