Latina, la provincia madre che si sente orfana di sassi
1 Luglio 2019Una terra madre di cui i figli hanno vergogna ed esaltano la violenza di un dittatore che qui è venuto senza amore per fare la ruota e non onorare la bellezza
Le terre intorno, qui nella palude, sono strane. Sono terre dove se fai silenzio senti un rosario, lungo e costante. Sono terre di donne queste, terre dove i maschi ad una certa ora, pare, spariscano. La dea vive tra le acque ferme, si trova nascosta tra i canneti. Come le sante, come le dame, come le ninfe, come la maga che al fine di questa terra ruba gli uomini e li fa maiali. Lì ruba per uscire dalla solitudine silenziosa di qui. Quando ci faranno città, erigeranno muri, ma la cosa che non vincono è il silenzio. Alberto Moravia le chiamerà “città del silenzio”, perché lui non sapeva del silenzio originale, che non hanno rotto le adunate, i pensieri codini.
La Maga fa di uomini maiali ma non per offendere, per amore.
Già, l’amore fa male e le donne di qui sono donne sublimi e il loro amore distrugge. Ufente piange ancora Camilla e le sue lacrime sanno di zolfo. dell’inferno che ha chi non ha conosciuto amore, o chi ama non riamato. Questa è terra dove le ninfe piangono e il lamento gela i viandanti che di amore sono privi, la Bella Ninfa se passi di notte e ti fermi sulle rive del lago ne senti ancora il tormento.
Abbiamo dimenticato tutto questo, ma per istinto nel silenzio si distingue, netto, il lamento di Ninfa, dal pianto di Ufente, dalla disperazione di Circe, al dramma di Maria Goretti.
Di questa terra si può piangere o ridere ma c’è sempre una lei luminosità che si incontra solo al piano quando è bello. Perché qui il brutto è dramma ma il bello è sfacciato. Qui l’aria è male, ma quando è bene è tutta l’aria del mondo.
Qui non si nasce per case perdute nel niente, ma per le radici solide delle querce che affondano nella terra ricca delle donne, generose e fertili. Madri e guerriere, senza amore nell’avere, ma anche capaci di dire no agli amori non voluti. Le radici stanno in quella letteratura umana che nasceva e Ulisse più a nord non è andato.
Mettetele infila: pregavano madri e cercavano amori, mai uomini qui. Mai e nessuno lo racconta in nome di un dittatore che per caso assassino di natura è diventato levatrice di ventura. Giunone a Norma accoglieva, poi Ninfa che generava le acque, li in fondo che poi è il mare la Mater Matuta e vicino, vicino, la Santa del sacrificio forse necessaria, forse cercata, ma non meno sofferente. Dite perché l’hanno violentata questa terra? Perché non ha memoria delle sue donne, la palude era femmina, madre che il padre era Ulisse tornato alla sua Itaca e dimentico dell’amore di qui.
Raccontatele queste radici di quercia, sono bellissime e libere. Ma bisognerebbe amare la libertà.


