Dedica a madre, la mia per tutte
10 Gennaio 2021Questa è una storia personale, molto personale e forse per questo universale. Universale che è tutta la vita, è la vita stessa che si avvita che si allenta ed è già finita. Di questi tempi mi prende un senso che non so, che forse non ha senso. Mi telefona mia zia, per cortesia, è anziana sfiora i 90 e la sua vita è stata come un quadro sempre da ritoccare, sempre lo stesso con i personaggi della scena che sparivano uno ad uno e ti chiedevi, ogni giorno più sbiadito, “ma chi c’era li?” e svapora la vita, muore il ricordo.
Mia zia Maria parla solo in veneto stretto, una lingua così gentile che suona di bellezza anche quando è terribile addoloramento intorno ad una vita che scompare. Zia mi ricorda che tempo fa, ogni giorno più breve, è morta mia madre per accidente, d’improvviso per un incidente, l’ultimo attimo per lei… per sempre attimo eterno a me che non ero presente e non avrei potuto farci niente, mentre lei fece, semplicemente, me.
Lei, zia, da per scontato che me lo sono ricordato, io che aveva rinnegato per il suo peso. E mia sorella che non si capacita che di mia madre non scrivo, di nostra madre non dico, come se avessi dimenticato, ma io, forse, solo troppo sento e non finisce.
Cosa potrei dire in più di quel che sanno tutti i figli, che sentono i futuri rispetto al passato che li ha creati.
Era bella mia madre, era per conto suo, e strana come poche al mondo e la sua poesia era la lentezza del dito all’ago, della trama all’ordito. Da voi… avrete capito perchè di questo non scrivo, il dolore ha forme acute ma quello dell’anima è duro anche per un leone ed o sono solo un gatto in una città morta.
Era di questo tempo in un altro tempo, mi dissero che era il caso che andassi a vedere, ma non c’era niente da temere. Mi metto la giacca, mi segno le cose da fare, tanto sarebbe stato banale. Uno che sa si confonde, mischia i ruoli, non immagina gli affetti e mi dice “se sei qui per la signora, non c’è niente da dire è…” Era una donna morta per ogni altro, per me madre.
L’orologio si ferma lì, non c’è altro dopo. Certo, tutto scorre ed hai la pelle che si fa dura, sapori forti a compensare. Ma mica c’è altro da aspettare.
Vedo in Tv un vecchio alpino che andava con cappello d’ordinanza a suonare la fisarmonica sotto la finestra di ospedale dove la moglie lottava con il virus, lo ha fatto per sperare, ma è stato vano. Ora è lui lì, in ospedale, stesso male ma in più il silenzio dei suoni e la fisarmonica pare di allegria lenta. Ha la mascherina e suona per farsi sentire nel nero dell’inverno. Forse questa è la mia fisarmonica e suono nello stesso colore della musica dell’alpino.
I cristiani per dire lo stesso hanno la madre di ogni figlio e fanno di tutti i nati dio, hanno la madre che è ogni madre e sono sicuro che quel figlio lassù sulla croce l’ha chiamata, invocata, per la sua paura che è divina. Noi, non avremo questo lusso e chiameremo invano.
Di questo tempo vorrei dimenticare, ma da allora non faccio altro che ricordare. Puntuale come fa l’orologio del destino.
Una storia universale, nulla da reclamare, nulla a pretendere. Forse solo un vecchio alpino che non può far lastro che suonare o un bimbo che altro non sa fare che scrivere banalità su un foglio bianco.
Ps: 18 anni fa moriva in un incidente stradale mia madre. Una donna, ho scritto da figlio.


