Le scafe d’aprile… quel regalo che non conoscono neppure i re

Le scafe d’aprile… quel regalo che non conoscono neppure i re

5 Aprile 2021 1 Di Lidano Grassucci

Le stagioni oggi sono questioni di calendario, al massimo figlie di meteorologia. Vengono, passano con indifferenza. Ma a me hanno insegnato la differenza e c’era chi me le anticipava, con un gesto di amore che ho capito dopo perchè mentre era normale. In genere i doni di comperano, si scambiano, si costruiscono anche ma io ho avuto chi li “faceva”, letteralmente li creava come sua creatura per dirmi che erano per me, anche prima che toccassero al re, ai ricchi, ai prepotenti, ai preti, ai saccenti. Prima, che il dopo sarebbe giunto per il resto della vita, e quello era tempo di una “prima” esclusiva.

Per un tenore la prima è portare l’amore alle prove del canto, prima della prima, per un attore è recitare la parte prima che ci sia il sipario per tutti. Prima per un vetraio e soffiare la forma del vetro quando ancora non ci sono i signori a vederlo ma solo i suoi bimbi a meravigliarsi.

E per un contadino? C’era un mondo: nonno veniva e avvolto in un fazzoletto colorato e grande grande teneva “strette” le prime scafe (le fave in italiano). Sistemava mulo e carretto, veniva furtivo che neanche nonna doveva sapere (e sapeva tutto) e apriva il fazzoletto. Le scafe non erano tante, 4 o 5, ma erano prime. Erano tenere profumavano, erano pulite dalla piaggia sempre recente, poi sarebbero state tante e sporche della polvere del caldo. Erano tenere, giovani, fresche, erano tutto il sapore che rubavano alle altre. L’intero del baccello era bianchissimo, che se ci passavi il dito spariva come fosse acqua: la custodia di una perla.

Ogni volta mi spiegava anche che erano di quel pezzo di terra messo a vigna e fichi che stava a Le Canalelle, nella piana di Sezze, dove tutto veniva prima e dove la terra è fina fina, nera nera, e il sole è cattivo anche d’inverno e l’acqua non manca di certo.

Le scafe finivano subito, restava la voglia di altre. Lui ripiegava il fazzoletto, lo rimetteva in tasca e mi lasciava la promessa che la sera avrebbe presi tre caramelle di menta.

Capivo che era primavera, che sarebbero arrivate le ciliegie tra poco, le fragole e… Sapevo, ma ogni volta, ora ricordo, le scafe mi sorprendevano perché mi perdevo nell’essere ad altro affaccendato.

Mi piace pensare a questa piccola rivolta delle cose, in cui contadini privati del cuore dal bisogno riservavano a bambini cose di cui i Re non hanno neanche il sogno.