Il “Mostro” di Latina e la piccola Rosalba, una storiaccia dimenticata

Il “Mostro” di Latina e la piccola Rosalba, una storiaccia dimenticata

27 Febbraio 2022 0 Di Emilio Andreoli

Ogni città ha le sue leggende, i suoi miti, le sue storie e anche le sue storiacce. Latina, nonostante il suo brevissimo passato, non fa eccezioni. Tra queste colonne ho raccontato tante storie, ma anche di miti e leggende. Di storiacce poche, perché credo che alcuni fatti, le persone cercano di mandarli nell’oblio per la loro drammaticità e allora preferiscono dimenticare piuttosto che ricordare. Ho raccontato del delitto di Piazza Roma della signora Calzati, poi rimasto irrisolto, e dell’uccisione di Giuseppe Giuliano, il ragazzino che in una sparatoria nel quartiere popolare delle Gescal, venne colpito a morte dal fuoco “amico”. Ma di storiacce ce ne sono tante altre e io, con tanta pazienza, ho cercato di ricostruire la più toccante, la più drammatica: l’omicidio della piccola Rosalba D’Imperio avvenuta nella tarda primavera del 1958.

 

A Latina in questi due anni di ricerca, su fatti e personaggi della città, ho avuto la possibilità di incontrare molte persone, e più di qualcuna mi ha accennato di una brutta storia avvenuta alla fine degli anni cinquanta. Ma da loro sono uscite solo mezze parole, brevi accenni di un fatto che meritava di essere approfondito. In seguito, ogni persona incontrata, ho chiesto se fossero a conoscenza di quel tragico evento avvenuto in quel lontano fine cinquanta.

Sinceramente, fino a qualche settimana fa, ero riuscito a raccogliere solo pochi tasselli, insufficienti per ricostruire i fatti che sto per raccontarvi. Poi finalmente un colpo di fortuna e la storia del mostro di Latina è finita nella mia penna. Ma facciamo un passo indietro: un mesetto fa ho conosciuto Adriana Vitali Veronese, di cui vi ho anche raccontato, e ho scoperto il suo incredibile mondo fatto di migliaia di libri, di appunti e di articoli di giornale raccolti da suo marito, l’indimenticato avvocato penalista Valerio Veronese.

15 giugno 1958 il Messaggero, nell’immagine la signora Maria Cerin e la figlia Liubba

L’avvocato aveva l’abitudine di ritagliare gli articoli di giornale, inerenti i suoi processi, e di incollarli su dei grandi faldoni. Adriana, con la quale ho instaurato un bel rapporto di amicizia, me li ha messi a disposizione. Così di tanto in tanto la vado a trovare e tra due chiacchiere, un cioccolatino e la ricerca in quei vecchi articoli, ho trovato quello che cercavo: la storia del “Mostro di Latina”. L’avvocato Veronese, in quel processo, fu il legale di parte civile. Sembra quasi assurdo, ma Latina ha battuto sul tempo Firenze, il nostro mostro arrivò dieci anni prima di quello di Scandicci. Da noi fortunatamente venne scoperto subito, evitando ulteriori vittime.

La cronaca

È giovedì, la sera del 12 giugno 1958, e in una casetta del Villaggio Trieste di Latina si sta per svolgere una veglia funebre, secondo il costume giuliano. Una veglia fatta di preghiera e cibo. Maria Cerin è una bella donna di trentaquattro anni, anche lei un’esule istriana proveniente da Fiume, come la famiglia che sta preparando la veglia per l’anziano capofamiglia Giovanni Baschiera. È vedova Maria, suo marito Michele D’Imperio non ha più fatto ritorno dalla guerra, e lei è fuggita come tanti dalla sua città, dove ha lasciato il suo primo figlio, Vincenzo, a casa dei nonni paterni. Con se ha portato solo la figlioletta Liubba, nata dopo una breve storia con un ragazzo della sua città, quando il marito era dato ancora per disperso.

Ormai è diverso tempo che vive a Latina e da una relazione con un uomo di Gaeta, a ottobre del 1956, nasce un’altra figlia, Rosalba, a cui da il cognome del marito. La veglia si sta svolgendo in casa dei vicini che conosce bene, a due passi dalla sua abitazione. Maria si appresta a uscire per andare da loro, a dare un po’ di conforto. La sua piccola Rosalba, di diciannove mesi, si è appena addormentata. Le da un’ultima occhiata ed esce di casa con la figlia Liubba, dopo aver chiuso a chiave.

Maria è tranquilla, Latina è come un paese, addirittura c’è chi lascia le chiavi attaccate alla porta. In casa del povero anziano deceduto ci sono altre diciotto persone che mangiano, bevono e pregano. Maria però alle 23:30 va a controllare la bimba e poi torna alla veglia funebre, dicendo a voce alta che Rosalba dorme come un angioletto. Sono le 3:15 quando decide di andare a dormire, ma arrivata davanti la sua abitazione trova la porta spalancata e lancia un urlo agghiacciante che sveglia tutto il Villaggio Trieste. All’interno c’è il lettino vuoto ed è la disperazione.

Si iniziano subito le ricerche della bimba, si pensa e si spera possa essere uscita di sua volontà, anche se l’ipotesi appare improbabile. Troppo piccolina Rosalba, per poter essere arrivata ad aprire la porta chiusa a chiave. Bruno Salvi, anch’egli presente alla veglia funebre, si reca alla polizia e ne denuncia la sparizione. Dopodiché si attiva fattivamente alle ricerche. Dà suggerimenti alle forze dell’ordine, formula ipotesi, parla con i giornalisti e cerca di consolare Maria. Intanto le ricerche continuano con la speranza che la piccola sia stata solo rapita.

16 giugno 1958 articolo de Il Tempo

Le speranze si spengono il pomeriggio successivo, circa dieci ore dopo dalla sparizione della bimba. Un pescatore di anguille, Gino Colandrea, mentre è intento a pescare, nota un fagottino incastrato tra la vegetazione sulla riva del canale delle Acque Medie, situato a poche centinaia di metri dal Villaggio Trieste. Con un lungo bastone lo libera e lo avvicina. La scoperta è agghiacciante, quel fagotto è la piccola Rosalba. Il corpicino è livido, gli occhi aperti e le braccine tese come ad implorare pietà.

Il pescatore di anguille Gino Colandrea che trovò il corpicino della piccola Rosalba sulla sponda del canale delle Acque Medie

Da Roma arriva immediatamente il professor Carella dell’Istituto di Medicina Legale. Non bisogna perdere tempo, occorre una autopsia per dare una risposta tempestiva sulle cause della morte. In città non si parla d’altro e l’angoscia sale. La maggior parte delle persone è convinta che sia opera di un maniaco e nessuno si sente tranquillo. Il professore dopo alcune ore dice che non può dare un responso preciso, bisognerà attendere il giorno seguente, ma aggiunge che potrebbe essere morta per asfissia, o per annegamento, oppure di freddo.

L’indomani il referto non lascia dubbi, la bambina è morta per asfissia, quindi uccisa prima di essere gettata nel canale, ma c’è dell’altro, l’autopsia evidenzia anche la violenza sessuale. Latina vive ore terribili, nella piccola città non si era mai verificato un fatto così mostruoso, neanche ai tempi della guerra. Le forze dell’ordine, per la sicurezza dei cittadini, fanno di tutto per imprimere un’accelerazione alle indagini anche se, sembrerebbero brancolare nel buio. In effetti non è così.

Il corpicino della piccola Rosalba nella camera ardente

Gli indizi e gli interrogatori

La polizia ha in mano un mazzo di chiavi trovato a terra, accanto al lettino della bimba. Con quelle chiavi fanno tutte le prove, ma non aprono nessuna porta, né nella casetta di Maria e neanche in quelle accanto. Evidentemente il maniaco le ha perse mentre rapiva la piccola Rosalba. Intanto la mamma viene convocata in questura e interrogata per tutta la notte. Il fatto di aver avuto tre figli con tre uomini diversi non la pone in buona luce, nonostante mostri tutta la sua disperazione. Viene interrogato in maniera martellante anche il suo compagno, Guido Trentin, pure lui esule istriano che vive nel villaggio.

Vengono interrogate molte altre persone tra cui Bruno Salvi, l’uomo, di trentotto anni, “tripolino”, che è stato il primo a ipotizzare un delitto. È un tipo particolare, ha fatto i più disparati mestieri, venditore di pesce, commesso, assicuratore, ma si è spacciato anche maestro per fare ripetizioni ai piccoli del vicinato. Ha conquistato la fiducia di molti nonostante il suo carattere riservato, ma molto affabile con i bambini che gli vengono spesso affidati per le ripetizioni.

17 giugno 1958 articolo del Paese Sera, l’assassino ha confessato

Bruno salvi verrà interrogato per trenta ore. Nella perquisizione della sua camera, in una casetta del Villaggio Trieste che condivide con un certo Di Ciancio, la polizia troverà nel ripostiglio una cesta piena di mutandine, per bambine di tutte le età, sicuramente rubate dai panni stesi nei cortili delle casette del villaggio. L’essere andato via dalla veglia funebre verso le 2:00 non depone a suo favore. Inoltre, nell’indagine serrata risulta che il suo vero cognome è Mancini.

Ma c’è una cosa che lo inchioda: le chiavi ritrovate accanto al lettino, aprono i cassetti della cartoleria di Antonio Capurso, in via Eugenio di Savoia, dove lui ha lavorato e in seguito allontanato per aver rubato della merce. A questo punto Bruno Mancini confessa il terribile omicidio, dichiara di aver violentato la bimba, poi strangolata e gettata nel canale delle Acque Medie. In fase di giudizio ritratta tutto asserendo di essere stato indotto alla confessione in maniera violenta.

Bruno Mancini il “Mostro” e la piccola Rosalba

La conclusione

Il “Mostro” di Latina ebbe così un nome e cognome e la città tirò un sospiro di sollievo, rimase il dolore di Maria per quella piccola figlioletta, di diciannove mesi, finita nelle mani di un maniaco. Eppure il coinquilino del “Mostro” aveva detto più volte: “A Bruno non piacciono le donne, ma le bambine”, ma nessuno aveva dato peso alle parole del Di Ciancio, perché era noto che tra loro non correva buon sangue.

Il libricino che contiene l’arringa dell’avvocato Valerio Veronese

Davanti alla Corte, Bruno Mancini, difeso dagli avvocati Angelo Tomassini, Sergio D’Angelo e Giorgio Zeppieri, di contro gli avvocati di parte civile, Bruno Cassinelli e Valerio Veronese, ascoltò la sua sentenza: condannato a trentacinque anni e undici mesi. A salvarlo dall’ergastolo probabilmente un bruttissimo episodio che aveva subìto da bambino, infatti a sua volta era stato rapito, seviziato e ritrovato insanguinato dopo due giorni nel deserto libico. Sicuramente quel trauma aveva segnato la sua vita, sfociando poi nella follia omicida contro la piccola Rosalba.

Per non dimenticarla, proporrei un cippo in sua memoria, sulle sponde del canale delle Acque Medie.