Foibe, quella terra di Venezia dove prima dell’odio c’è stato l’amore

Foibe, quella terra di Venezia dove prima dell’odio c’è stato l’amore

11 Febbraio 2023 0 Di Lidano Grassucci

La mia famiglia faceva parte della aristocrazia mercantile già dai tempi di Venezia. Ma il padre del mio bisnonno sfruttò le grandi opportunità del periodo napoleonico, quando il duca di Ragusa promosse l’industrializzazione della zona. Ho ancora gli appunti di mio padre, un po’ joyciani dal punto di vista stilistico, tra italiano, dialetto veneto e altre lingue, e le memorie in serbo-croato del fratello di mia mamma, che fu un celebrato cantante d’opera. La prima lingua è stata il serbo-croato di mia mamma. Ma all’età di cinque, sei anni è intervenuto il papà, che pure parlava benissimo il serbo croato, col suo dialetto veneto. A 11 anni ero già a Zara, per il ginnasio italiano. Insomma, nasco quasi trilingue, perché non bisogna dimenticare il tedesco. Per me era normale vivere così. Solo quando sono diventato un esule ho capito che ero cresciuto in un posto molto complicato, e mi sono reso conto che era un ginepraio. Per me l’infanzia e l’adolescenza in Dalmazia furono un’epoca d’oro. Vivevo in una famiglia agiata, e in un ambiente naturale bellissimo. Un paradiso perduto. Potevo diventare cittadino italiano, jugoslavo o austriaco. L’esilio ha fatto di me un europeo convinto

Enzo Bettizza, Esilio

Esistono terre dove ti saluti anche se le lingue si mischiano. Esistono terre ricche di terre diverse, poi arriva uno e dice che no, non va bene, e in nome dell’identico cancella la differenza e l’amore diventa odio, il saluto un colpo di revolver e la terra diventa  un cimitero. Come… in serbo-croato il conte Giuseppe Viscovich espresse a Perasto il discorso più bello d’amore per Venezia davanti alla fine della Serenissima sotto l’arme dei francesi

O vessillo adorato! Dopo trecentosettantasett’anni, che ti possediamo senza interruzione, la nostra fede e il valor nostro ti conservò sempre intatto non men sul mare, che ovunque fosti chiamato dai nemici tuoi, che furono pur quelli della religione. Ti co nu, nu co ti

La senti la campana che batte la mezza, sta a Venezia? La senti l’aria che passa di qua per far freddo alla piazza del leone della Serenissima. La senti questa terra dove i semi crescono e non chiedono come li hai seminati. Terra d’Istria, terra di Dalmazia, terra di Venezia Giulia, terrà italiana, terra dove ogni casa amava il bimbo e la tata slava. Terra dove ci siamo uccisi, li dove ci eravamo amati senza chiedere la lingua del bacio ma con la lingua in un bacio.

Questa è una storia brutta, storia nascosta, storia che ci siamo vergognati quando offendemmo e si sono vendicati, ma non di chi era nella colpa ma di chi era da sempre qua solo che parlava italiano, pregava italiano e stava…

Oggi i croceristi chiamano con nome slavo città così italiane che l’Italia la contengono tutta: Ragusa, Fiume, Spalato, Pola, quanto sangue.

Il leone della Serenissima quel tempo era ferito, si era ferito e non poteva sguainare la sua spada e furono uccisi gli italiani, poi mandati via in 300 mila, via per sempre.

Oggi ricordiamo, ma speriamo che lì possano salutarsi in italiano, in serbo, in ogni lingua che la sua gente ha scelto di parlare e tutti siano capaci di ogni lingua sentire.

Ora, consentitemi di piangere la mia gente in italiano, perché italiano sono, in veneto perché questo è anche nel mio sangue e… silenzio questa è terra anche mia.