Latina e una lezione genovese
23 Febbraio 2026Ho letto l’intervista di Emilio Ranieri sul centro storico di Latina, pubblicata su Latina Oggi e firmata dall’ottima Marianna Vicinanza. Premetto che non ho capito quasi nulla — per colpa mia, naturalmente — e allora ho provato a mettere in fila alcuni pensieri.
Sono reduce da un piccolo viaggio a Genova. Ci torno ogni tanto e confronto quello che vedo oggi con ciò che vidi decenni fa: la prima volta fu negli anni Ottanta. Era una città terribile, grigia del peso industriale, caotica in un traffico assurdo; il porto puzzava di vita stagna. Sembrava un cadavere industriale, lontano persino dal ricordo della sua antica superbia.
Eppure, già allora leggevo nelle riviste politiche l’idea di un’Italia post-industriale: una cittadinanza che non fosse più imprigionata nel modello fordiano delle otto ore di lavoro, otto di sonno e otto per sopravvivere. Si parlava di diritto alla felicità, al tempo libero, alla creatività come alternativa alla ripetizione.
Così Genova ha iniziato a pensarsi diversamente: non più solo scarico di granaglie nel porto, non più fumo siderurgico, bastimenti e veti dei camalli con il loro orgoglio, ma una città capace di cercare nel passato il proprio futuro. È arrivato Renzo Piano, con il recupero del Porto Antico: il Bigo, l’Acquario, la riqualificazione del fronte portuale, la riduzione del traffico con la metropolitana. Poi la crescita dell’Acquario, l’allestimento di una ex nave, la Biosfera: quasi un milione e mezzo di visitatori l’anno. A seguire il polo universitario e nuovi spazi ricreativi.
Un lavoro che ha trasformato la paura della mia prima visita nel piacere di tornare, ogni volta con maggiore entusiasmo.
Il percorso è stato chiaro: discussione teorica sul futuro, conoscenza della propria storia, investimento di lungo periodo. Il risultato? La città apice del triangolo industriale è diventata oggi un asse di sviluppo turistico, scientifico e formativo. A Genova ha sede l’Istituto Italiano di Tecnologia, che guida l’innovazione nel nostro Paese.
Ecco un modello di sviluppo strategico: non incarichi calati dall’alto, ma la condivisione di un progetto. Mentre camminavo, vedevo un sommergibile, la nave dei Pirati dei Caraibi, e poi via del Campo: vicoli stretti, quasi senza sole, ma una città che respirava.
Sarebbe bello anche per noi immaginare una città che respira: un grande orto botanico, un centro di ricerca sulla biodiversità, spazi per il tempo libero dei ragazzi. Mille scuole: dai licei al conservatorio, dalla scuola di volo dell’Aeronautica Militare al simulatore dell’aeroclub, fino all’università.
Così, per dire che l’architettura è sovrastruttura: Genova costruì una grande Lanterna perché era la Superba, padrona del mare, come Latina fu una grande piscina chiusa al mare.


