Il regno di Dio e la parabola: il libro di Luigi De Angelis
5 Novembre 2020Dio mio, Luigi De Angelis manda a me anticlericale, miscredente, irriverente il suo libro “Il Regno di Dio: pienezza che si dispiega. Meditare e pregare le parabole del Regno”, per i tipi di Porto Seguro
E mi chiede, con cortesia, una mia lettura. Già una mia lettura, la cosa mi si fa difficile sono figlio di fedi contadine, di considerazioni poco “latine”, men che meno “greche”. L’aramaico mi è ostile, sono materialista storico, figlio del sangue e l’anima mi è materia oscura. Quindi non capisco dove possa parare una mia lettura. Non lo capisco neppure leggendo la dottissima prefazione di Padre Ugo Vanni. Non posso certo inoltrarmi nel terreno della saggezza di chi ha fatto della Fede vita, della sua comprensione scienza. E la cosa mi si fa difficile, ardita. Nei libri si cerca sempre il gancio, l’aggancio il se, l’io. Non possiamo prescindere dal nostro punto di vista. Anche la premessa di Luigi che è attenta e rigorosa tra greco e latino alla attenzione alla storia delle parole non è agevole, ma… Ecco il maledetto ma che trasforma le cose le modifica. Luigi dice, meglio scrive: Il termine greco parabolè, parabola, deriva dal verbo paraballo, traducibile con mettere a riscontro, confrontare, paragonare. Le parabole sono racconti metaforici, il cui significato scaturisce dall’accostamento paradossale di due orizzonti diversi, dalla messa in relazione di un fatto preso dalla vita quotidiana, appartenente alla specificità delle persone o facente parte degli eventi naturali, con l’accadere del Regno.
All’inizio mi viene da sorridere, sono repubblicano, la forza delle battute mi fa stupido. Ma leggo, poi rileggo questa frase, questa “spiegazione” di Luigi e mi ritrovo schiacciato a me stesso, ai tanti me della mia generazione, del per mio posto, della mia educazione del mio gruppo sociale: i me che hanno conosciuto il mondo non per foto, non per film, non per libri ma per “parabole” narrate, rinarrate, e di nuovo raccontate. Le parabole sono libri per chi non sa leggere, film per chi non vede, opere liriche per chi non sente.
Sono il sale con cui si impara la saggezza. Benedetto Croce diceva che se nasci qui, in queste terre, non puoi non dirti cristiano e cristiani lo si è per quel Cristo ma anche per la rivoluzione che fece quel Cristo nella parola e nel portarla alla comprensione.
Luigi mi ha riportato alla consapevolezza che il mio raccontare, il mio capire, il mio credere e il mio bestemmiare era figlio comunque di quei racconti per parabole, parabolici esempi. Mi ha spiegarono, Luigi, quello che capii in un dialogo sulla pittura con Sabino Vona, che il primo leggere è stato nei libri che sono gli affreschi nelle chiese e insieme le parabole raccontate. Anche io scrivo con parabole di fede, del Regno, è affreschi di Fede nelle chiese.
Non entro in ambiti che non mi competono, mi occupo delle cose di Cesare e ignoro quelle di Dio: ma quel principio fui il Verbo e il verbo che si fa narrazione, parabola è la “struttura profonda” di questa civiltà a cui apparteniamo, dell’occidente. Un libro colto, una ricerca sottile nel senso letterale i ricerca che è cercarsi di nuovo per trovarsi.
In osteria quelli saggi venivano indicato come “chiacchiera accome na parabola” e le parabole si capiscono d’amore che è questa fede della misericordia che abbiamo in dote anche se non ci crediamo.


