Una notte al pronto soccorso del Goretti

Una notte al pronto soccorso del Goretti

14 Novembre 2021 1 Di Emilio Andreoli

Sono nato in casa a un centinaio di metri dal vecchio ospedale di via Emanuele Filiberto, costruito quando la zona si chiamava Cancello di Quadrato e intorno era ancora tutta palude. Dopo la fondazione divenne l’ospedale di Littoria e infine di Latina. Quando fu trasferito, dove è attualmente, quella struttura ospedaliera venne destinata alla scuola, liceo scientifico e geometri se non ricordo male. Il 10 giugno del 1987 venne buttato giù e tutti noi sperammo nella costruzione della nuova biblioteca, la famosa biblioteca dell’architetto inglese James Stirling. Il progetto era già bello che  pronto e pure pagato. Invece realizzarono al suo posto un grande parcheggio, alla faccia della cultura. Di quell’ospedale ricordo le sirene delle ambulanze, e il racconto di mia zia Liliana che da ragazzina andava a vedere i morti nella camera mortuaria. Il primo medico del pronto soccorso di quell’ospedale fu il dottor Pio Zaccagnini, che prima o poi vi racconterò.

 

Spero mi perdonerete, oggi non vi racconterò nessuna storia del passato della nostra città, a parte la breve premessa iniziale. Questa settimana sono rimasto al palo, perché non ho potuto intervistare nessuno a causa di un malore che ho avuto nella mattinata di martedì. I medici mi hanno consigliato riposo assoluto, ma sinceramente non sono stato molto diligente, ho continuato a fare la vita di sempre, a parte l’intervista rituale della settimana.

Ingresso del vecchio ospedale

Nella premessa vi ho scritto che da ragazzino abitavo a un centinaio di metri dal vecchio ospedale, quando lo trasferirono mi trasferii anch’io con la mia famiglia, a qualche centinaio di metri da quello nuovo. La differenza con quello vecchio è il suono diverso delle sirene delle ambulanze, e gli elicotteri che mi passano così vicino da vedere la sagoma dei piloti. Il suo pronto soccorso l’ho conosciuto da ragazzo, mentre giocavo a pallone mi arrivò una scarpata sulle labbra e ci vollero due punti di sutura. Poi nulla più fino a quando non mi sono sposato e sono nati i miei figli. Tra punti, ingessature e varie, c’ho fatto l’abbonamento, soprattutto per il maschio, la femmina solo un paio di volte.

Di martedì scorso non ricordo nulla, solo che mi sono svegliato nel pomeriggio su un duro lettino del pronto soccorso e un’infermiera che mi diceva “Signor Andreoli mi raccomando continui a scrivere che noi la leggiamo sempre”. È iniziato così il mio girone dantesco nei meandri del pronto soccorso del Santa Maria Goretti di Latina. Io che ho sempre accompagnato tutti mi sono ritrovato a vivere una notte lì, dove mai avrei voluto. Ho deciso di raccontare di quella notte, tra martedì e mercoledì, non per far sapere i fatti miei e farmi compatire, ma per raccontare di un’esperienza particolare e per ringraziare le persone che lavorano al pronto soccorso tra mille difficoltà.

10 giugno 1987 il vecchio ospedale viene abbattuto

Che cosa sarà cambiato tra il primo pronto soccorso della città degli anni trenta, che era sotto una tenda militare, e quello di oggi? Me lo sono domandato mentre realizzavo la mia condizione da ricoverato. Sicuramente in entrambi i casi la problematicità del personale medico e dei pazienti. È vero sono cambiate le cure, ma le strutture restano inadeguate. Si parla di un nuovo ospedale, come si parla di una nuova Pontina ormai da decenni, sta di fatto che in questa città resta tutto ugualmente inadeguato. Nel frattempo hanno chiuso gli ospedali nei paesi a noi vicini, come Cori e Sezze. Qui si parla e basta, soprattutto quando ci sono le elezioni, poi tutto tace.

Ma veniamo alla cronaca: mi sveglio in ospedale e realizzo che qualcosa mi è accaduto, sicuramente non un raffreddore. Chiamo mia moglie per saperne di più. Mi dice che avevo la pressione molto alta quando il personale del 118 è intervenuto, ero sveglio ma come in trance, infatti non ricordo nulla, come non ricordo nulla della mattinata. Mi dice inoltre che mi hanno già fatto la tac ed l’elettrocardiogramma, fortunatamente non risulta nulla. Già mi sento più sollevato, anche se mi viene da piangere. Dal telefono cerco di ripercorrere la giornata, poi mi accorgo che la batteria sta scemando. Mia moglie, intanto, mi ha fatto recapitare una busta con l’occorrente per il ricovero, compreso il caricabatteria. Vedo una ragazza vestita di bianco e le chiedo di poter caricare il mio cellulare.

Il mio lettino al pronto soccorso di Latina

La ragazza gentilissima mi dice che ci penserà lei, glielo affido e cerco di rilassarmi, ma rilassarsi in un pronto soccorso è come cercare di dormire in un concerto rock. Infermiere che corrono, portantini che spingono barelle, qualche paziente che si agita. Tra l’altro sono in un corridoio e davanti ho la stanza di radiologia. Decido di alzarmi dopo una mezzoretta per chiedere una coperta, e poi inizio la ricerca della ragazza vestita di bianco e del mio cellulare. Nessuno sa nulla e un po’ vado nel panico. Dopo un’ora, ormai rassegnato, appare la ragazza come fosse la Madonna e vedendo la mia faccia mi rassicura: “Non è ancora carico del tutto, non si preoccupi, glielo riporto io”

Mentre si allontana, sul retro della sua maglietta leggo, Tecnico Radiologia ed è già un indizio dovessi perderla di nuovo. Torna con il mio cellulare dopo circa una mezzora. Le sorrido e le chiedo il suo nome: “Chiara”, “Chiara scriverò della sua gentilezza”, “Ma non occorre” mi dice arrossendo un po’. Inizia poi la notte, la mia lunga notte al pronto soccorso. Difficile poter dormire con le luci a palla. Mentre mi sto per appisolare, un’anziana signora grida: “Giulia!” e mi fa sobbalzare, per tutta la notte chiamerà Giulia. Quello che mi sta appresso si agita. Ore 4:30, sembra ci sia un po’ più di tranquillità e invece ecco arrivare una ragazza con due poliziotti che l’accompagnano, al massimo avrà diciotto anni. Grida, impreca e lo farà per un’ora intera, fino a che non esce dalla stanza sedata per la sua crisi di nervi. Intanto la vecchietta continua a gridare il nome Giulia.

Mi sto di nuovo appisolando, ma arrivano quelli delle pulizie e niente, sta arrivando la mattina e io non ho chiuso occhio. Finalmente il medico. Dice che mi farà fare altri due esami, ecodoppler e elettroencefalogramma, per la risonanza magnetica invece dovrei rimanere qualche altro giorno al pronto soccorso, fino a che non si libera un posto nel reparto. “Ok dottore facciamo questi altri due esami e poi dove devo firmare per andarmene a casa?”. Per la cronaca, i due esami sono risultati buoni grazie a Dio.

Non si possono tenere le persone ricoverate al pronto soccorso, è assurdo, qualcuno dirà che gli ospedali sono in queste condizioni a causa del covid. Ma io ricordo che tre anni fa è accaduta la stessa cosa a mia mamma, tenuta quattro giorni al pronto soccorso prima di essere ricoverata. Non posso fare a meno di ringraziare tutto il personale del pronto soccorso, perché testimone del loro impegno, e i soccorritori del 118.  Un ringraziamento speciale va a Chiara che mi ha caricato il mio cellulare. Abbiamo sicuramente dei bravi piloti, ma non una buona macchina.

Vorrei tranquillizzare i miei affezionati lettori, continuerò a scrivere di Latina e dei suoi personaggi. Tenetevi pronti perché presto uscirà il primo libro della serie “Latina e le sue storie”, il titolo è per il momento provvisorio. Un abbraccio a tutti voi.

 

Nella foto di copertina l’inaugurazione del vecchio ospedale 1929