Quello che sta emergendo nelle elezioni locali del Minnesota racconta una contraddizione che molti fingono di non vedere. In uno Stato spesso citato come esempio di integrazione multiculturale, la forte presenza della comunità somala, concentrata soprattutto nell’area di Minneapolis St. Paul, sta mostrando dinamiche interne che nulla hanno a che fare con il razzismo “strutturale” di cui si parla di solito, ma molto con fratture importate tali e quali dal Paese d’origine. Clan diversi, rivalità antiche che in Somalia hanno prodotto guerre civili con conseguente crollo del proprio paese e che oggi riemergono nelle urne, nei quartieri, nelle associazioni e perfino nelle campagne elettorali.
Jacob Frey avrebbe apparentemente sconfitto Omar Fateh a Minneapolis sfruttando le divisioni tra i clan somali.
Il paradosso è evidente: persone emigrate per sfuggire a un sistema tribale violento riproducono quello stesso schema in un contesto democratico, arrivando a boicottare candidati somali non perché incompetenti o corrotti, ma perché appartenenti al “clan sbagliato”. In alcuni casi il rifiuto è così netto da spingere a sostenere candidati esterni alla comunità pur di impedire l’ascesa dell’altro gruppo, una sorta di autodeportazione politica che indebolisce e alimenta diffidenza reciproca. Il multiculturalismo, non viene messo in crisi dall’ostilità della società ospitante, ma dall’incapacità di riconoscersi come parte di una stessa comunità civica dalla comunità somala.
Questo significa che anche nella nobile intenzione di creare una società multiculturale, che comunque non è il desiderio di tutti, al contrario mostra che la convivenza non è un fatto di identità culturale: se non viene mediata da regole condivise, può diventare una gabbia. Il caso del Minnesota dimostra che l’integrazione non è solo una questione di diritti concessi, ma anche di responsabilità assunte: accettare che, in una democrazia, l’appartenenza tribale non può valere più dell’interesse comune. Ignorare queste tensioni per paura di sembrare “scorretti” non aiuta nessuno. Serve chiamare le cose con il loro nome, perché solo riconoscendo queste contraddizioni si può discutere seriamente di multiculturalismo senza trasformarlo in uno slogan vuoto.