Stiamo vaporizzando una generazione
6 Gennaio 2026A che punto siamo arrivati se la società adulta, quella che doveva proteggere, riesce a dare colpe a ragazzi che non festeggeranno mai il diciottesimo, la maturità, la laurea e tutta la bellezza che a noi la vita ci ha concesso.
Il 28 dicembre guardavo La7, L’inferno di cristallo. Film cult del 1974 con i primi piani sugli occhi di Paul Newman e Steve Mc Queen intatti nel loro azzurro profondo, nonostante fossero alle prese con fumo e fiamme. Il grattacielo più alto del mondo andava a fuoco, un Titanic di terra. Si era risparmiato sull’impianto elettrico, contravvenendo al progetto, ma rimanendo a norma di legge. Ed era stata la catastrofe.
Cinquantuno anni dopo il film e quattro giorni dopo averlo visto dovevo sentire e vedere l’inimmaginabile. Ragazzi morti e feriti, tantissimi e la risposta è che erano stati fatti tre controlli in dieci anni. E che i ragazzi invece di fuggire filmavano. Fermi tutti vi prego, facciamo un passo indietro nell’evoluzione.
E’ passato mezzo secolo da quel film che apriva ai temi della sicurezza e di quanto non basti essere a norma di legge per essere in salvo. E’ passato mezzo secolo che non è stato mezzo secolo qualsiasi, ma mezzo secolo in cui la parola “ignifugo” è diventata nota a tutti. In cui avere e saper utilizzare un estintore è cosa abbastanza comune. Ma sono parole superflue ora che sono finite anche le lacrime per questi ragazzi, mentre ci si interroga sul futuro di quegli altri cento e più ustionati, oggi considerati fortunati perché rimasti in vita, ma tra un anno, due, tre e ancora come staranno?
Ora si dice che i gestori del locale andrebbero arrestati: li puoi anche sbattere in galera e buttare via la chiave per sempre, restituendo così un senso di giustizia da legge del taglione: ma senza restituire la vita e sperando che la carcerazione funzioni da deterrente.
Intanto i ragazzi continuano a morire perché nessuno si occupa di dargli un mondo più sicuro, il che di questi tempi suona un po’ come un ossimoro. Ma intanto il dovere è di rendere il mondo più sicuro, nella consapevolezza che gli squilibrati pronti a uccidere perché così gli è passato per la testa esistono a tutti i livelli.
Da cronista devo sapere, pubblicare e leggere alla radio che i ragazzi muoiono ogni giorno sulle strade. Ci stiamo perdendo una generazione che neanche una guerra riuscirebbe a sterminare altrettanto. Stiamo uccidendo una generazione nell’indifferenza totale. Abbiamo rese le strade più sicure? No, abbiamo introdotto il reato di omicidio stradale. Sono stati previsti controlli seri e severi, organizzati e mirati? Diciamo che si fa quel che si può con le forze a disposizione. Abbiamo offerto un servizio pubblico di trasporto allettante e per alcuni versi obbligatorio in modo da alleggerire le strade? No, è ridotto al minimo e difficile anche da capire come funziona.
E se ancora vogliamo dare la colpa ai ragazzi: in quelle aule di scuola, con quelle lezioni frontali, sei ore di seguito con dieci minuti di ricreazione, dove bisogna finire il programma e imparare l’inglese perché si deve fare così punto e basta, quanto spazio è stato lasciato alla cultura della prevenzione? In quelle sei ore di aria viziata spiegare il mondo che c’è fuori, raccogliere quegli sguardi smarriti di chi vive in una realtà completamente diversa da quella di un paio di decenni fa, mica tanto di più, è così impensabile?
O siamo noi giornalisti che raccontiamo solo le tragedie, sempre accadute, ma che oggi si sanno di più? E se non la smettete di raccontare i femminicidi scatta lo spirito di emulazione e moriranno sempre più donne?
O stiamo vaporizzando un’intera generazione?


