Latina che evita la Storia, un vecchio vizio
12 Aprile 2026Giocare col mondo facendolo a pezzi / bambini che il sole ha ridotto già vecchi...”
Area: Luglio, Agosto, Settembre
Prendo questa canzone della mia adolescenza cantata da Demetrios Stratos. Una canzone che racconta di idee radicali e rivoluzionarie di allora, oggi c’è il mio presente menscevico, rivendicato con orgoglio.
Cosa ne facciamo della Storia per evitare bambini già vecchi?
Guardo a due eventi recenti a Latina: un convegno sulle città di fondazione e un festival dove si parla di “benessere”. Entrambi sotto l’ egida del Comune di Latina.
Credo che la Storia sia certamente ricerca del benessere e che le città siano, inevitabilmente, le loro architetture, ma queste — per dirla con Karl Marx — sono solo sovrastrutture.
Una comunità deve cercare i fondamentali, le strutture. Mi spiego:
Genova, la Superba, ha la Lanterna come simbolo, ma lì si parla di Cristoforo Colombo, non della lampadina; si parla del viaggio, non del “semaforo” che indica il porto;
Venezia la Serenissima ha la Basilica di San Marco, ponte tra Oriente e Occidente, ma è il Leone di San Marco che le ha permesso di dominare il mondo, tra guerra e commercio, che ne è l’anima e sulle navi, prima della battaglia, i marinati della Repubblica gridavano “San Marco”
A Latina, invece, restiamo fermi a parlare solo della “lanterna” o della “basilica”.
Come gridare “Palazzo M” , prima della battaglia, o “ufficio postale”, o per “Frezzotti”.
Ci limitiamo, qui a Latina, all’estetica dei muri, facendo una sorta di autoerotismo architettonico, senza comprendere la vita che pulsava dentro e fuori quelle pietre.
Latina non è il travertino squadrato dei palazzi del Ventennio; Latina è l’Appia, intesa non come asfalto ma come viaggio.
Perché non si parla di San Paolo, il “capo” dei cristiani che prima di lui non sapevano nemmeno di esserlo?
Perché non si raccontano le legioni di Roma che passavano di qui per trasformare un impero in un mondo? Qui i Papi ordinavano crociate in nome della croce contro la mezzaluna, per quella Gerusalemme che è ebrea, cristiana e musulmana, ma che nessuno ha il coraggio di definire semplicemente la “città degli incroci umani”. Sarebbe una bella considerazione su Latina, città degli incroci umani.
È difficile accettare la “piccola cronaca” quando sei immerso nell’asse enorme della Storia. Borgo Faiti ha tutti gli anni del mondo, ben più dei cento che gli attribuiamo; Tor Tre Ponti ha calendari millenari, e un secolo, al confronto, è un battito di ciglia. All’angolo di un palazzo di quel borgo c’è una fontana con scritto “Bonifiche di Piscinara”. La Storia è bellissima se la fai scorrere sui binari del tempo, ma se la riduci a una ferrovia locale tra il Villaggio e il Circolo Cittadino, resta solo un vuoto pneumatico, non dice nulla.
Dobbiamo fare i conti con la Storia, non riscriverla per fare l’agiografia del presente. La Storia è Sibilla Aleramo che insegna a Fogliano per alfabetizzare gente “un po’ selvatica”.
”Eppur parenti siamo un po’ di quella gente che c’è lì / che in fondo in fondo è come noi selvatica…”
Paolo Conte, Genova per noi


