Il diario dei giorni sfuggiti

Il diario dei giorni sfuggiti

14 Marzo 2020 1 Di Fatto a Latina

“Il diario dei giorni sfuggiti” è un racconto a cui tutti possono partecipare. Non si tratta di raccontare la propria quarantena, ma di proseguire questo racconto. Rispettare le seguenti regole:

– Ogni contributo deve essere contenuto tra le 200 e le 400 parole;

– Ogni contributo deve essere postato sulla pagina FB di Fatto a Latina come seguito al post che porta il racconto principale (si parte dall’ultima frase pubblicata);

– Ogni contributo deve essere firmato dall’autore, cioè chi ha il profilo FB con un nickname è pregato di presentarsi;

Buona scrittura!

 

Lidano Grassucci

Mi trovavo dentro una epidemia, sì una epidemia come al tempo della peste, come al tempo dei roghi. Come allora l’unica difesa era la distanza umana, la distanza lunga dagli altri da me. Non siamo più fratelli, ma distanti, distanti nemici la belva è dentro noi. Fino a ieri avevamo paura del lupo, ora dell’altro. Mi mandano abbracci virtuali, mi mandano ipotetici sentimenti in impossibili scambi in questa vita.

Che faccio? Non lo so, non lo saprei. Mi dico… scrivo, ma di che?

Non sono sopra Fiesole, ma sono in questo campo pontino dove tutto è piatto e, se ci penso, qui la peste non ci veniva, qui era troppo rada la gente, e il male, la malaria, scacciava l’altro male di pestilenza. Certo deve essere stata ben strana la ragazza della palude di quel tempo, certo non pregava grazie a San Rocco per la sfida mai vinta per sempre di essere lì. Più tosta di una zanzara la ragazza, ma capita che nella fuga dagli alberi della selva la vedeva la gente in fuga verso Brindisi che era così diversa da lei, così elegante, saggia, ottomana con il vizio di quella Istanbul lontana in odore bizantino ancora, profumo di fine.

Che sete, che gemme, che tempi andati, ma la peste era così civile che a lei, forastica e incivile non la trattava.

La dama sulla carrozza profumava da lì a qui, su questo albero. Lei l’avrebbe voluta toccare, sfiorare, sentire la seta. I giannizzeri avevano occhi neri e non trascuravano le foglie dedicate al vento. Un velo sulla bocca che della dama si vedevano solo gli occhi azzurro orientale. A passo quasi d’uomo avanzava la carovana a salvarsi dal porto in poi, senza toccare nulla, nulla contaminare in questa strada di sassi.

La ragazza sapeva della morte nera, del contatto, della paura e ogni tanto passavano miserabili che morivano lì ai bordi della strada senza avere per destino nessuna pietà, divorare da cinghiali, da topi di ogni ordine e volpi e mosche, da forastici mostri che non amano carne viva ma sono vili ai morti.

I giannizzeri facevano strada, seguivano i segni e non si fermavano mai, mai stanchi se non fosse stato per far riposare i cavalli del carro.

Ecco una radura che si può controllare il passo, qui prenderanno fiato i cavalli e gli uomini, a turno monta la guardia….

 

Maria Corsetti

A turno monta la guardia e ricorda. Ricorda un tempo futuro, un tempo immaginato e mai indovinato. Il morbo corre nell’aria, ma in quest’aria limpida che saluta il buio della notte io voglio esserci dentro. È una tentazione bellissima, è il canto dell’ultima sirena.

Immagina un tempo futuro la guardia. Si vede dentro la sua casa, con una moglie fresca e un bambino che dorme nella culla. Ci mette anche un cagnolino nel sogno e i vasetti di fiori in fila sul balcone. Esce di casa e torna, e quando torna trova un piatto nuovo in tavola, e la moglie fresca, e il bambino che è cresciuto un po’ insieme ai fiori nei vasi. La domenica è un giorno diverso, anche i suoi sono diversi, il tempo è diverso. Il sogno si inceppa, come un vecchio elleppì. Non c’è più uscita, né ritorno.

La stessa nota ripetuta suona subito stonata.

La domenica è come gli altri giorni, con il tempo strascicato che si fa sciatto.

Lo stesso volto, guardato in continuazione, diventa come una parola ripetuta all’infinito, perde il senso.

Gli odori, cerca gli odori la guardia. Ma un sogno è senza odori e il profumo che si ricorda a distanza di anni, non evoca più nulla se ci si vive dentro.

Quando si è inceppato quel sogno? Ma era solo un tempo immaginato, mai indovinato.

 

Luca Cianfoni

Quando si è inceppato quel sogno? Ma era solo un tempo immaginato, mai indovinato. Riapre gli occhi, di scatto, uno spasimo gli attraversa il corpo destandolo e riportandolo nella radura. Tutto è verde qui in questo spazio, il nero della peste sembra essersi perso alle spalle della carovana, e la natura, temibile e terribile fino a poco prima per aver aperto il vaso di Pandora, ora torna ad essere candida, pura, rigogliosa.

E in questo riscoprire il mondo la guardia riscopre se stesso e si meraviglia della margherita e dei fiori di campo, si stupisce di quel verde che la clorofilla dona ad ogni foglia, diverso per ognuna di esse, creandole unica e uguale allo stesso tempo. C’è luce in questa notte, una luce particolare che cade da un cielo terso e limpido. Le stelle si intimoriscono e si fanno da parte, ritirandosi ancora più profondamente nella notte, per lasciare spazio a un sole bianco, butterato, pieno di crateri e imperfezioni che tanto però rendono perfetta la sua figura nel cielo.

Qualcosa però turba la guardia, forse è il suo ricordo futuro lasciato sospeso nella sua mente poco fa o forse è qualcos’altro ancora, qualcosa che non non lo tiene in equilibrio con il luogo circostante. Guarda i suoi commilitoni sospesi nella loro vita militare, osserva il fuoco; una scintilla che non segue il corso delle sue compagne devia, scarta a destra, illumina per un momento come un flash il cespuglio lì a fianco. Due occhi, chiari come la luna nel cielo. Due occhi di donna si sono illuminati per un momento, una ragazza…

 

Barbara Di Lorenzo

Due occhi di donna si sono illuminati per un momento, una ragazza indefinita, senza linee di contorno si intravedeva tra i cespugli. Ad illuminarla solo la luce del fuoco imprigionata in quegli occhi lucenti.
La guardia pensò che fosse ritornato il suo sogno a diventar incubo. Si guardò intorno, i suoi commilitoni erano ancora lì immersi nelle rigide regole militari che lasciavano un velo di gelo ad ogni alito. Quello sì che era il vero incubo. Spaventato, andò a ricercare con lo sguardo la ragazza. Non voleva che il gelo prendesse il posto dell’odore dei fiori di campo. E lei era ancora lì e sembrava esser reale.
Era lì vestita di stracci freschi di bucato e a piedi nudi. Era lì col suo candore inavvicinabile per non esser sporcata.
Non era la ragazza forastica incivile di cui la peste aveva paura. Era qualcosa di più: era la semplicità e il candore che spaventa le genti

 

Maria Corsetti

Era qualcosa di più: era la semplicità e il candore che spaventa le genti… Sì, era il candore dell’alba, quella purezza unica del giorno prima che le ore lo consumino. Prendevano significato i suoi pensieri della notte mentre la ragazza non chiedeva nulla, stava ferma. Forse un sogno, e se è un sogno posso provare a toccarlo, non mi può far male, si disse la guardia. Ma se sto sognando, sto anche dormendo e io invece sono di guardia, non devo dormire. Pensieri razionali che si riescono a fare durante un sogno. Ma se non riesco a svegliarmi, allora prendo questa ragazza e la respiro. Ma se non sto sognando e questa ragazza esiste veramente, non posso neanche avvicinarmi, potrebbe portare il contagio. Così, imbrigliato nei primi minuti di luce del giorno, in un dilemma se fosse tutto vero o solo un sogno, la guardia guardava i piedi nudi della ragazza e i suoi stracci freschi di bucato. Un desiderio che cresceva e che non era più lo stesso della notte, quando aveva sognato una casa, una moglie e un bambino. No, era tutt’altro, meno esemplare forse, ma che pure gli apparve delicato in quel momento.

 

Marina Conte

No, era tutt’altro, meno esemplare forse, ma che pure gli parve delicato in quel momento. Guardava la ragazza avanzare a passi lenti, a piedi nudi lungo la strada bianca. Al respiro del vento, neniavano le canne, segnando il suo andare. Anche la paura, ingigantita dalle ombre della notte spariva ad ogni minimo fruscio… Bocche di leone, fiori di lillà, candidi merletti.. Stai zitta, le diceva, mentre il profumo di candido bucato gli offuscava la mente.

 

Luca Cianfoni

Stai zitta, le diceva, mentre il profumo di candido bucato gli offuscava la mente…tam tam tam, tam tam tam…l’eco dei tamburi risuonava nel boschetto, la luce del sole diurno filtrava tra le foglie: “La carovana!” penso immediatamente la guardia, poi ricondotto lo sguardo davanti a sé vide ancora quegli occhi di ragazza, che tornati al mondo reale insieme a lui, ora si facevano più timidi e timorosi. Scappò, di istinto, come una preda davanti al suo predatore, ma non c’era violenza in quella fuga, quanto la paura, il panico di un incontro inaspettato. “Devo tornare all’accampamento…” pensò la guardia, e mentre tornava nella radura il suo sguardo seguiva, o forse sognava di farlo, i passi nudi e silenziosi della ragazza. Il campo era già tutto smontato, la carovana era appena partita e con una scusa giustificò il suo tornare dalla foresta ai giannizzeri suoi compagni. Passo dopo passo continuava a pensare a quell’incontro, a quanto fosse durato, il tempo di una notte o quello di uno sguardo, il tempo di un sogno o quello di una distrazione. Il bosco intorno a lui ormai non era più solo il posto dove cacciare o dove trovare rifugio per nascondersi, era diventata la casa di lei e lui non si sentiva solo. Poco prima di uscire dal sentiero del bosco per arrivare sulla strada di basalto di quello che rimaneva della Regina Viarum, ecco che su un cespuglio, al suo fianco, uno scialle, il suo scialle. Una folata di vento alzò delle foglie secche e tra quelle ancora lo sguardo lei, dietro un albero. Continuava il viaggio e all’orizzonte un città di pietre bianche.

 

Barbara Di Lorenzo

Continuava il viaggio e all’orizzonte una città di pietre bianche.
Man mano che il passo della carovana si faceva più calcante, l’orizzonte sembrava accorciarsi e la città, con le sue bianche pietre, accecante. Il sole, oramai alto, cadeva violento sulle pietre e, con altrettanta violenza, le pietre rispedivano agli occhi dei commilitoni quel bagliore, tanto da dover abbassare lo sguardo per non rimanerne accecati.
Ma lui no, continuava a guardare dritto. Quel bianco stordente aveva il profumo di lei. Si trovò ad accelerare la corsa con l’affanno e la bramosia di chi vuol abbracciare.
E se tutto fosse un sogno? Forse stava impazzendo o, forse, sarebbe stato meglio tornare indietro a raccogliere lo scialle per cibarsi ancora di quel candore.
Sbatté gli occhi più volte, scosse la testa e le spalle: voleva svegliarsi… ma si accorse che sveglio lo era già.
Si guardò intorno. Si guardò indietro. Lui che era abituato solo a guardare avanti, si guardò ancora, nuovamente indietro.
Erano oramai giunti alle porte della città: voci di popolo indaffarato e schiamazzi di gioia dei bambini lo distolsero e resero il suo ultimo sguardo indietro più fugace.