Maxi risarcimento per “l’uccisione sanitaria” della donna di Artena nel 2011: ritardo nella diagnosi e trasfusione sbagliata

Maxi risarcimento per “l’uccisione sanitaria” della donna di Artena nel 2011: ritardo nella diagnosi e trasfusione sbagliata

21 Dicembre 2020 0 Di Glenda Castrucci
Sono passati 9 anni dal decesso della donna 77enne di Artena (2011), causato dall’inefficienza nel diagnosticarle la malattia, unitamente ad una trasfusione di sangue destinata ad un altro paziente, per opera di alcuni medici dell’Ospedale Parodi Delfino di Colleferro.
Finalmente, dopo anni di battaglie legali, arriva il risarcimento di 1milione 400mila euro, per i figli dell’ex paziente.
A stabilirlo è stato il Tribunale di Velletri con la sentenza di oggi 21 dicembre 2020, che riconosce agli eredi tutti i danni richiesti dall’avvocato Renato Mattarelli, il legale che ha assistito la famiglia della vittima contro l’Asl Roma G, a cui fa capo l’ospedale Parodi Delfino di Colleferro.
Nelle n. 43 pagine della sentenza, il giudice Claudia Unmarino, ha dichiarato la responsabilità dei sanitari per non aver tempestivamente diagnosticato alla 77enne la Sindrome di Guillain-Barrè e di aver somministrato per errore trasfusioni di sangue destinate alla paziente del letto accanto.
In corso di causa è stato dimostrato che l’omessa diagnosi provocò l’ingravescenza della malattia che se tempestivamente curata avrebbe evitato la morte della paziente con elevate probabilità visto che la mortalità era stimata fra il 2-3% al momento del ricovero.
L’avvocato Renato Mattarelli ha evidenziato durante il processo, come anche l’errore trasfusionale abbia inciso sul decesso, non solo come causa dell’immediato scompenso della reazione immunitaria da incompatibilità del sangue destinato ad altro paziente, ma anche come contributo allo stato settico e soprattutto la mancata annotazione in cartella clinica dell’emotrasfusione.
L’avvocato Mattarelli ha precisato che la mancata registrazione dell’errore trasfusionale nella diaria ha inciso pesantemente sulle successive cure dei medici del Policlinico Umberto I di Roma che hanno successivamente preso in carico la paziente: «E’ evidente che – commenta l’avv. Mattarelli – oltre ad essere un evidente illecito (quello di coprire l’errore trasfusionale, omettendone grossolanamente l’annotazione), ancor più grave è stato il non aver documento ai medici del Policlinico l’esatto quadro clinico in cui si trovava la paziente al momento del trasferimento e, quindi, di aver impedito una corretta diagnosi e terapia per la cura della reazione immunitaria post-trasfusionale». 
La vicenda destò, all’epoca dei fatti, parecchio scalpore mediatico a cui seguì la segnalazione del Ministero della Salute.
Il Tribunale ha quindi riconosciuto agli eredi il danno biologico terminale sofferto negli ultimi 57 giorni dalla 77enne, nonché il danno da uccisione del prossimo congiunto patito direttamente dai figli e da due dei nipoti della donna che dopo la morte della loro madre gli aveva cresciuti.