Elogio ai portantini, quella signora che hanno trattato come fosse mamma
1 Febbraio 2021Qualche giorno fa ho letto sulle pagine di questo giornale un bellissimo elogio delle lavoratrici dei supermercati. In particolare quelle lavoratrici che con polo aziendale rossa stanno alla cassa del loro supermercato (chissà perché sono quasi sempre donne) e che sono rimaste al loro posto pure dopo lo scoppio della pandemia. Figure familiari per molti di noi e che in questi mesi stanno, non solo, svolgendo un servizio commerciale necessario, ma anche una funzione, per certi aspetti, sociale.
Per tante persone infatti, le commesse ed i commessi dei supermercati sono diventati nell’ultimo anno gli unici individui con cui abbiano avuto un contatto umano; che, ci crediate o meno, un contatto per dirsi umano non può essere mai quello che si instaura dietro lo schermo di un tablet o di uno smartphone, ma quello fatto di vicinanza fisica e frequentazione quotidiana. Il contatto fatto di sorrisi e scambi di piccole confidenze, quello vero quindi, che poi, è solo quello che si realizza di presenza. Le cassiere dei supermercati non sono però i soli lavoratori, poco celebrati, che stanno svolgendo, in silenzio, un ruolo del genere.
Ci sono tra questi, ad esempio, anche alcuni degli uomini e delle donne che lavorano negli ospedali. Ma non mi riferisco ai medici ed agli infermieri di cui si parla tanto sui giornali e nelle televisioni e che sono stati, giustamente, celebrati come gli eroi della battaglia contro il virus.
Mi riferisco invece a quelli che stanno dietro le quinte negli ospedali, ma che svolgono un lavoro altrettanto essenziale.
Non so come si chiamino nei tempi moderni, io li ho sempre sentiti chiamare “portantini”.
Quelli che, con loro tute azzurre o giallo-arancioni trasportano i malati dall’ambulanza al letto di degenza e quelli che prendono i pazienti dai loro letti e li portano in sala operatoria. Anche il loro ruolo ha assunto un aspetto diverso dal passato, a causa delle norme anti-covid che impediscono ai familiari dei pazienti di entrare nei reparti ospedalieri.
Capita spesso che i portantini siano gli unici esseri umani che un malato vede prima di finire sotto i ferri ed i primi ed unici che scorge, ancora assonnato, appena svegliatosi dall’anestesia. Chiaramente non tutti tra di loro sono consapevoli del ruolo che svolgono o ne sono umanamente all’altezza, ma alcuni lo sono di scuro ed in modo
meraviglioso. Lo scorso venerdì ho accompagnato un mio parente all’Ospedale San Camillo per una terapia che deve svolgere con cadenza bi-settimanale. L’Ospedale San Camillo è una famosa struttura sanitaria romana, ultimamente oscurata dal gemello che le sta affianco, il “Forlanini”, diventato celebre per la lotta al Covid.
Da qualche mese per evitare il diffondersi dei contagi, se accompagni una persona al San Camillo, la devi lasciare in carico al personale sanitario e devi attenderla fuori dal reparto di cura.
Lasci il tuo caro all’ingresso e lo rivedi dopo le dimissioni se lo ricoverano o dopo la terapia se è cosa di giornata.
E’ accaduto anche a me. Dopo due ore piovose passate tra le strade del Quartiere Gianicolense mi è arrivato il messaggio tanto atteso “Finisco tra dieci minuti” In un attimo mi sono catapultato al terzo piano del Padiglione Lancisi per accogliere il mio caro.
Mentre attendevo, ho potuto assistere, dalla parte opposta del corridoio in cui mi trovavo, ad una scena che mi avrebbe riempito il cuore di gioia nonostante le tribolazioni sanitarie. Da una porticina è uscita, nel silenzio più totale, una barella con sopra una signora magrissima e molto anziana. La accompagnavano, stretti nelle loro divise da lavoro, un “pelatone” grande e grosso ed una ragazza bionda molto carina.
Dovevano portare la signora in sala operatoria, probabilmente in un altro dei tanti padiglioni della struttura.
Nell’attesa dell’ascensore la testa bianca si è mossa impercettibilmente ed ha detto con voce flebile qualcosa sotto la mascherina.
L’omone grande e grosso si è voltato premuroso su di lei e le ha sussurrato “che c’è bellezza mia? che posso fare?”
L’ha chiamata proprio così “bellezza mia”, dolcemente, manco fosse sua mamma.
La signora voleva che le venisse sistemato il cuscino. L’omone con delicatezza glielo ha posizionato più in alto, mentre la ragazza bionda le chiedeva “Con i piedi stà comoda? Vuole che glieli alzi un pò?” Pochi secondi dopo sono scomparsi tutti e tre dentro al buio dell’ascensore e si è sentito solo il rumore meccanico della discesa.
Avrei voluto fargli una foto e chiedere qualcosa della loro vita ma ho preferito, per precauzione nei confronti della signora, di non avvicinarmi. Purtroppo non so e non saprò mai i loro nomi. I parenti della vecchina, se ne ha, non potranno mai ringraziarli. Lo faccio io a nome loro su questo giornale ed estendo il ringraziamento a tutti quei “pelatoni” e signorine bionde carine che fanno il loro lavoro con umanità e dedizione, malgrado tutto e tutti.
Li ringrazio perché mi hanno mostrato la bellezza dei lavoratori.
Davide Facilepenna


