Quando muoiono i giornali ed i giornalai
30 Marzo 2022Non sono un giornalista. Ogni tanto, quando giornali come questo mi danno spazio, esterno le mie boutade da semplice cittadino.
Per essere giornalista mica basta che ti pubblichino quattro righe messe in croce. Devi aver fatto un percorso formativo e lavorativo serio. Una cosa lunga e difficile. Lo so perché li leggo avidamente i giornali, da quando ero ragazzino. Sono cresciuto con i meravigliosi editoriali dei maestri del giornalismo italiano: Montanelli, Scalfari, Bocca, Pansa, Brera.
Ho divorato tutte le inchieste che mi sono capitate sottomano. Penso di averli comprati e letti tutti i giornali.
Dal Corriere dello Sport all’Unità. Purtroppo mi pare che, negli ultimi tempi, il livello del giornalismo sia un po’ scaduto.
Scaduto sia nella forma (lingua scritta poco curata) che nella sostanza (corsa a chi la spara prima e più grossa, più che attenzione alla verifica delle notizie).
Mi sembra si inseguano troppo le modalità comunicative dei social networks e si cerchi più “la sensazione” che l’informazione, come succede ormai da anni in televisione. Plastico esempio sono stati i talk show televisivi degli ultimi tre anni. Prima con tema dominate il Covid-19, ora la Guerra in Ucraina. Una sorta di Circo Barnum moderno.
Il virologo versus il cuoco novax. Il professore dissenziente versus la ballerina ucraina. Che diavolo ci andranno a fare poi medici e professori in quelle trasmissioni? Informazione? Sarebbe quella informazione? Brutta bestia la notorietà.
Detto questo, mantengo un’assoluta venerazione per il lavoro del giornalista.
Mi ci incacchio pure quando sento certi fenomeni da baraccone che scaricano insulti a prescindere sui giornalisti che non ottempererebbero al dovere sacro (che poi sarebbe confermare le strampalate idee che hanno in testa i suddetti fenomeni).
Individui convinti che la consecutio temporum sia un esame endoscopico all’intestino tenue ma che poi, dall’alto di un’ignoranza senza lacune, sentenziano verso chi scrive: “servo del sistema, prezzolato (perché invece loro campano d’aria), nemico del popolo, ti pagano la coca e le donne, il tuo padrone non lo attacchi mai?”
Fino all’accusa di fine di mondo “ma de che stamo a parlà? questi mica sò giornalisti, sò giornalai”.
Come se, il nobile lavoro dell’edicolante potesse essere usato come insulto. A tutta questa massa di miracolati dal web, se servisse, girerei la prima pagina di un giornale russo messa in rete da un bravo giornalista toscano, Riccardo Michelucci.
In realtà sarebbe l’ultima prima pagina, perché quel giornale ha chiuso le pubblicazioni poche ore fa, dopo trent’anni di attività.Si chiamava Novaya Gazeta. Ci scriveva una signora morta ammazzata qualche anno fa per i suoi coraggiosi reportage. Era Anna Politkovskaya.
Oltre a lei sono morti, ammazzati, in questi anni, altri “otto giornalai russi” della Novaya Gazeta. L’ultimo loro titolo è stato questo: La Russia. Bombarda. L’Ucraina.
C’è bisogno di spiegare perché sarà l’ultimo?


