Quando Ginello chiuse la porta in faccia a Sgarbi: “e puteva vuení nàcìca prima”

Quando Ginello chiuse la porta in faccia a Sgarbi: “e puteva vuení nàcìca prima”

6 Aprile 2022 1 Di Rita Berardi

Aspettando la Primavera, dopo il colpo di coda dell’inverno con tanto di neve in Semprevisa, ma c’era da aspettarselo per chi segue l’antica saggezza contadina con mille proverbi, quella primavera a Sezze che mi farà scrivere il tanto atteso articolo dedicato al direttore Lidano Grassucci, ecco che tra i tanti ricordi da cui pescare per scrivere un pezzo, mi viene proprio quello in antitesi con i tanti usciti sui social in questi giorni dedicati al mio maestro d’arte Franco Vitelli. E a forza di pubblicare del meritato encomio scritto da Vittorio Sgarbi per il maestro setino come ultimo dei marmorai, non poteva che tornarmi in mente quando il mio papà, Renato Berardi detto “Ginello Cacavuasso” ebbe il coraggio di chiudere il portone in faccia al grande Sgarbi.

Che Sezze vanta dei personaggi a dir poco eccentrici lo sanno in molti oramai, nel bene e nel male e che, il mio papà, tra il bene e il male sia uno dei tanti personaggi di Sezze è vero anche. In lui si ritrovano tutte le caratteristiche del setino, quello buono, amicone, che si fa in quattro per farti un piacere, un favore, un ambasciata e poi quello che a mandarti al diavolo con poco e niente ci mette un attimo, se non gli vai a genio.

Se Sgarbi sa parlare dei geni dell’arte e nell’arte si trova nel suo, non è a quanto pare avvezzo ai personaggi del popolo, di quelli che hanno sofferto la fame del dopoguerra del 45, cresciuti tra le macerie lasciate dalle bombe degli americani, dove giocavano alla guerra vera le bande dei “mammocci” ( bambini) con tanto di sassi e “frezze” e prigionieri da riscattare. Ma questi sono altri racconti.

Torniamo a Sgarbi che cresciuto tra preti e accademici non ha avuto a quanto pare nessuna possibilità di controbbattere. La questione andò così, in quel di Bassiano nel 2002 avevamo il nostro primo bar e mentre mio marito conduceva l’attuale in Piazza dei Leoni a Sezze, io con mio padre e mia madre si gestiva quello alla Porta Nuova a Bassiano, lo storico bar centrale “il Bar dello Sport” dove quasi tutti noi in provincia di Latina almeno una volta nella vita abbiamo preso un caffè. Ebbene il bar in questione aveva un grande portone di quelli antichi a tutto arco, (o detto arco a tutto sesto) tipico dei palazzi signorili dell’800, con tanto di stemma araldico scolpito in pietra che aprivano alle carrozze per entrare nel cortile. Nei secoli i vari palazzi in tutta Italia hanno subito delle trasformazioni da cui a Bassiano nel cortile del palazzo Salvagni negli anni ’50 fecero nascere un locale adibito a bar con almeno il buon senso di lasciare per gli anni a seguire l’antico portone. In questi portoni vi era a destra una porticina che fungeva da passaggio per le persone quando il portone grande era ferrato.

Fu così che una sera di inverno abbastanza freddo per me, chiesi a mio padre che chiudesse lui il bar e mi ritirai un po’ prima della 22. Lui con mia madre restarono quasi la mezzanotte e chiuso a mandata doppia il grande portone fosse come chiudessero ogni sera un giorno di storia; stavano per chiudere la porticina per dedicarsi alle pulizie in solitudine, quando il mio papà vidde arrivare una macchina importante con tre persone che si avviarono verso di lui dicendo: “ma state chiudendo” e Ginello :” si mi spiace” e l’altra persona :” ma noi volevamo prendere un caffè” e Ginello :” mi spiace ma abbiamo spento tutto e mia moglie sta lavando il pavimento, non è possibile” e a quel punto la voce disse :” ma io sono Sgarbi” e mio padre: ” e io Ginello e sti gran cazzi”.

E fu così che mio padre chiuse l’antica porticina in faccia a Sgarbi con mia grande esclamazione al racconto del giorno dopo :” nooo, ma davvero hai avuto il coraggio di mandare via Sgarbi” e lui :” e puteva vuení nàcìca prima“. (poteva venire un po’ prima).