Il veleno nei nostri stadi

Il veleno nei nostri stadi

6 Maggio 2025 0 Di Fabio Fanelli

Dalla tragedia di Bergamo al pestaggio a Bari, fino agli episodi nella provincia di Latina: il calcio italiano continua a inciampare nella violenza. E noi continuiamo a guardare.

“Se Dio non esiste, allora tutto è permesso”, scriveva Dostoevskij.
E guardando quello che accade dentro e fuori i nostri stadi, viene da pensare che molti abbiano smarrito non solo Dio, ma anche il senso della misura, dell’umanità, della vergogna.

Il calcio, che avrebbe dovuto essere un giardino dove far crescere i sogni, è diventato un campo di battaglia dove si coltiva l’odio. L’erba che doveva profumare di passione oggi sa di polvere e di sangue.

L’odio che uccide

A Bergamo, un ragazzo di 26 anni è stato ucciso da un diciottenne per una rivalità calcistica tra Atalanta e Inter. Una vita spezzata per un tifo trasformato in ideologia tossica.

A Bari, un padre è stato pestato a sangue davanti al figlio, fuori dallo stadio, per motivi talmente futili da risultare inqualificabili. Il pianto muto di un bambino di fronte a quella violenza dovrebbe bastare a fermare tutto. E invece no.

La provincia che imita il peggio

Questi episodi non sono isolati. Anche in provincia di Latina il veleno serpeggia: genitori che si insultano a bordo campo durante le partite dei figli, risse tra spettatori, arbitri minacciati, dirigenti che fomentano l’odio invece di educare alla sportività.

Ricordiamo le aggressioni davanti ai centri sportivi, le risse verbali (e non solo) sulle tribune, gli occhi dei bambini che imparano a tifare non con l’entusiasmo, ma con la rabbia.

Dove abbiamo sbagliato?

Pasolini diceva che il calcio è “l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”. Ma se lo stadio diventa ring, se la partita è un pretesto per sfogare violenza, allora il sacro è profanato. E il gioco perde la sua essenza.

Abbiamo costruito uno sport che doveva unire e lo abbiamo trasformato in un’arena di sopraffazione. Un luogo dove vincere diventa sinonimo di umiliare, e perdere un affronto da lavare col sangue.

Una rivoluzione culturale

Servono leggi più dure? Forse. Ma soprattutto serve una rivoluzione culturale. A partire dalle scuole, dalle famiglie, dalle società sportive. Dobbiamo insegnare che il calcio è solo un gioco, ma l’umanità è una cosa seria.

Che si può tifare con orgoglio senza odiare. Che si può perdere con dignità. Che si può portare un figlio allo stadio per insegnargli il bello, non il peggio.

La domanda che ci resta

Vogliamo davvero che il calcio resti il teatro delle nostre frustrazioni, o vogliamo restituirgli il volto nobile del gioco, della passione, dell’incontro?

Ogni domenica abbiamo una scelta. E se oggi il veleno scorre così forte, è anche perché troppe volte abbiamo scelto di tacere.