Il furto digitale che colpisce le donne
28 Agosto 2025C’è chi continua a chiamarle “ragazzate”, chi minimizza con un “in fondo erano già online”, ma i siti che rubano foto di donne dai social e le trasformano in materiale da consumo non hanno nulla di goliardico. Sono, piuttosto, la prova di quanto il corpo femminile resti percepito come proprietà disponibile, da spostare, catalogare e commentare a piacimento.
Il caso denunciato dalla consigliera comunale di Latina, Valeria Campagna, a cui va la nostra solidarietà, non è un episodio isolato: è l’ennesimo campanello d’allarme. Una foto condivisa su Instagram o Facebook diventa, nel giro di poche ore, parte di un archivio non richiesto, accompagnato da battute sessiste, da sguardi invisibili, da giudizi che riducono la persona a oggetto.
Non è la rete il problema: la rete è uno strumento. Il problema è la cultura che la attraversa. Chi ruba una foto non compie un gesto “furbo”: commette una violenza sottile ma concreta, perché spezza il rapporto tra chi ha scelto di pubblicare un’immagine e il contesto in cui quell’immagine doveva vivere. È come sottrarre un diario e leggerlo ad alta voce in piazza: il contenuto è lo stesso, ma cambia il senso, cambia l’impatto, cambia tutto.
C’è un nodo che va sciolto: non si tratta di moralismo né di censura. È questione di rispetto e di confini. Nessuno accetterebbe di trovare la propria foto di famiglia esposta in un bar qualunque con accanto scritte offensive. Allora perché accettare che accada online?
Servono regole più chiare e strumenti più rapidi, certo. Ma serve anche un cambio di prospettiva: smettere di considerare il corpo delle donne come materia libera, su cui esercitare ironia, potere o giudizio. Perché ogni volta che si toglie a qualcuno il controllo della propria immagine, si toglie molto di più: si sottrae dignità.
E finché continueremo a trattare questa violenza come un gioco, i ladri di immagini avranno sempre campo libero.


