Il venerabile della Repubblica sociale: le vie dei buoni
10 Maggio 2026Su “La Domenica”, foglietto guida alla Messa domenicale, nell’ultima paginetta leggo un trafiletto dal titolo “Dall’uniforme al saio”, brevissimo sunto della vita di Gianfranco Chiti (1921-2004). Incuriosito, continuo a leggere (vedi foto), e mi colpisce la frase: “…dall’Accademia militare, ventenne al fronte, medaglia d’argento, ferito affrontò la drammatica ritirata russa… Terminata la guerra, dopo la detenzione nei campi di concentramento per vicende legate alla Repubblica Sociale Italiana…” Penso: vuoi vedere che Gianfranco Chiti aderì alla Repubblica di Salò?
Approfondisco e scopro la sua storia.
Sì, Gianfranco Chiti fece parte della Repubblica Sociale Italiana (RSI) dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, ma la sua partecipazione fu considerata dagli storici e dalla Chiesa un caso del tutto peculiare di “umanità nella divisa”. Dopo lo sbandamento dell’esercito seguito all’armistizio, Chiti decise di aderire alla RSI. Il suo obiettivo, come da lui stesso dichiarato, era legato al senso del dovere verso i soldati e alla volontà di impedire che i reparti italiani venissero completamente assorbiti o deportati dai tedeschi. Comandò battaglioni di Granatieri impegnati principalmente in compiti di presidio e operazioni nel Nord Italia.
Nonostante indossasse l’uniforme della RSI, Chiti operò attivamente per contrastare le violenze nazifasciste, opponendosi alle rappresaglie contro la popolazione civile; nascose e facilitò la fuga di numerose famiglie ebree e di perseguitati politici. Tra gli episodi più noti, c’è il salvataggio della famiglia Levi a Torino. In diverse occasioni, evitò la fucilazione di partigiani catturati, arrivando a liberarli o a proteggerli segretamente. Alla fine della guerra, Chiti fu arrestato e internato nel campo di concentramento di Coltano, come molti ufficiali della RSI. Tuttavia, la sua posizione venne rapidamente chiarita. Numerosi ex partigiani, ebrei e sacerdoti testimoniarono spontaneamente in suo favore, raccontando come lui li avesse salvati a rischio della propria vita. Grazie a queste prove schiaccianti di umanità e al fatto di non essersi mai macchiato di crimini di guerra, fu reintegrato nell’Esercito Italiano nel 1948, dove proseguì una brillante carriera fino a diventare Generale di Brigata. Il suo comportamento durante la militanza nella RSI fu così straordinario che il suo nome è iscritto nel Libro d’Oro dei Giusti presso la Sinagoga di Torino. Nel processo di canonizzazione che lo ha portato a diventare Venerabile, la Chiesa ha analizzato a fondo questo periodo della sua vita, concludendo che Chiti visse le virtù cristiane e l’eroismo morale proprio in un contesto di estrema difficoltà politica e militare, agendo come “un angelo nel fango della guerra”. Una storia che ci racconta di un uomo che, in una divisa di parte, seppe scegliere la fazione che conta: l’umanità.


