La luce delle parole: lo spettacolo inclusivo di C.T.L. Lab
4 Giugno 2019Una piccola stanza. Ci sono Marco, Giulia, Claudia, Beatrice, Alessia, Andrea, Manuel e Dario, tutti membri di C.T.L. Lab., una compagnia teatrale, nata nel 2017, con la voglia di fare qualcosa di nuovo e di grande. Qualcosa che si chiama “La luce delle parole”.
Una compagnia teatrale giovane sì, ma non per questo inesperta. Con Mantenere la posizione hanno vinto il primo premio al concorso Corto d’Opera per il miglior testo e conquistato il terzo posto come miglior corto. Grande soddisfazione anche alla giornata mondiale del teatro a Matera, dove si sono posizionati sul gradino più alto del podio del concorso RitagliAtti con Essere o non essere – Non è questo il problema. Messo da parte il teatro tecnico, freddo, artificioso, lavorano tanto sulla realtà, sulla verità e sull’emozione.
La luce delle parole è il loro prossimo spettacolo, ispirato ad Anna dei Miracoli, opera che racconta la vita di Helen Keller, bambina sordo-cieca, e della sua insegnante Anne Sullivan. Un progetto speciale, che punta all’inclusione, adatto non solo a chi è privo di disabilità, ma anche a chi è affetto da cecità o sordità.
Marco Lungo e i suoi ragazzi hanno spiegato da dove è nata questa idea, i riscontri che stanno avendo e il motore che la fa camminare.
Perché avete deciso di portare in scena Anna dei Miracoli, cosa vi ha spinto a scegliere quest’opera?
Risponde Marco:
La luce delle parole si ispira ad Anna dei miracoli, ma ne amplifica il messaggio. Non mi interessava semplicemente raccontare la storia di Helen Keller e della sua insegnante, ma volevo soprattutto parlare dell’importanza della comunicazione che si percepisce dall’opera originale.
All’interno della sceneggiatura del film c’era una frase che ho scelto come nucleo del nostro progetto. Anne dice ad Helen: ‘Avrei voluto insegnarti la luce che tramandiamo con le parole. Basterebbe una parola e potrei mettere il mondo nelle tue mani’. Il tutto è nato come percorso di studio sulla cecità e sulla sordità, sperimentavamo esercizi bendandoci, mettendo tappi all’orecchie, lavorando in ambienti completamente bui e con rumori assordanti.
Durante questo percorso di studio siamo stati alla cena al buio organizzata dalla UICI di Latina. Quando hanno saputo del nostro progetto si sono appassionati ed è avvenuto così il primo incontro con la vicepresidente Patrizia Scarselletti. Ero estremamente curioso del rapporto dei ciechi con il teatro e l’ho tempestata di domande: “andate a teatro? Esiste un teatro per i ciechi?”, lei mi ha risposto che esistono, perlopiù al nord Italia, ma che normalmente, soprattutto dalle nostre parti, non ci sono molti spettacoli adatti a loro. Da lì è nata l’idea di creare uno spettacolo adatto a vedenti, ciechi e sordi. Ho deciso di iniziare a lavorare ad uno spettacolo adatto sia ai vedenti che ai i ciechi per poi renderlo adatto anche ad un pubblico di sordi”.
In che modo avete reso lo spettacolo godibile anche dai non vedenti?
Risponde Beatrice:
“Questa disabilità, a differenza di altre, l’abbiamo potuta sperimentare, certo solo in maniera marginale, ma siamo partiti da noi stessi. Le accortezze a cui abbiamo pensato sono nate quindi proprio dalla sperimentazione fatta su di noi, ad esempio con la cena al buio e con gli esercizi eseguiti bendati”.
Aggiunge Marco:
“Durante le prove non potevamo far meno di chiederci di cosa avrebbe avuto bisogno una persona che non poteva vedere, ma per quanto potessimo sperimentare e farci domande non avremmo mai potuto saperlo con certezza, per questo ho invitato l’UICI ad assistere ad una prova, in modo che avrebbero potuto dirci se ci stavamo muovendo verso la direzione giusta. Gli spettacoli per ciechi esistenti utilizzano un’applicazione che descrive ciò che avviene sulla scena, ma non era questo che desideravo, non volevo che ci fosse differenza tra ciò che viveva un vedente da un cieco, l’obbiettivo era far sì che fosse adatto ad entrambi. Inserire una narrazione di quello che accadeva in scena poteva diventare pesante per un vedente. Questo è stato il lavoro: inserire testo, piccole narrazioni, parole, voci fuori campo che però il vedente non percepisse come un’aggiunta. Dovevo scrivere tre copioni diversi: uno per vedenti, uno per ciechi e uno per sordi. Prendere questi testi completamente diversi e unirli in modo da farli funzionare come un unico testo. Stiamo ancora lavorando sul testo per i sordi, in quanto per la sordità è un lavoro estremamente complesso che richiede del tempo, ma metteremo già da ora una piccola parte in LIS.
Ci tengo a ringraziare chi ci sta aiutando in questo progetto, a partire dall’interprete di LIS Miriam Mastroianni e la stilista Marina Mangiapelo, che realizzerà alcuni abiti dell’epoca esclusivamente per noi.
Quando avete fatto la prova con i ciechi, che riscontri avete avuto?
Risponde Marco:
“Noi eravamo terrorizzati. Abbiamo fatto la prova in una piccola stanza, alla presenza sia di vedenti che non. Ci aspettavamo il disastro, invece, finito lo spettacolo, ci siamo resi conto del successo. Inaspettatamente erano tutti commossi e con le lacrime agli occhi, molti avevano difficoltà anche a parlare.
In generale hanno tutti detto che era un bellissimo lavoro, inaspettato anche per loro. Uno dei commenti più belli è arrivato proprio dalla vicepresidente della UICI: ‘sembra che sia durato 5 minuti’, nonostante lo spettacolo duri un’ora e quaranta. Era presente anche la psicologa della UICI che ha fatto notare come questo testo fosse importante per qualsiasi tipo di disabilità e non solo la cecità”.
Per Dario:
“‘La luce delle parole è uno spettacolo che sensibilizza tanto. Siamo una società multietnica, multi religiosa, ma la diversità è anche altro. Comunicare con la diversità è sempre estremamente complesso, personalmente mi ha aiutato molto a guardare in maniera differente un’altra realtà senza entrare nel vittimismo.”
Quale messaggio volete mandare?
È Marco a voler rispondere:
“Il messaggio è che in realtà, parlando di inclusione, l’idea non è di far integrare qualcuno con disabilità nel nostro mondo. L’idea è che ognuno ha un suo mondo, dobbiamo fare in modo che coesistano. La rivelazione più grande che ho avuto è proprio il concetto delle diverse realtà e non della disabilità. È come se fossimo realtà distinte, con linguaggi e caratteristiche fisiche diverse. È questo il concetto che vorrei rafforzare e spero di riuscire a trasmetterlo.
All’interno dello spettacolo ci sono delle porte chiuse a chiave, che per me rappresentano la divisione tra un mondo e un altro, al quale Helen non può accedere. Per Helen la chiave per aprire quelle porte è la comprensione delle parole, chiave che riuscirà ad ottenere grazie ad Anne. Mi piacerebbe che le persone capissero che esiste sempre una chiave che consente di mettere in contatto più mondi, basta solo volerla trovare”.


