“In quel bar parlano straniero” era friulano

“In quel bar parlano straniero” era friulano

9 Ottobre 2019 4 Di Emilio Andreoli

A Latina c’erano luoghi dove si parlava solo in dialetto, perlopiù veneto, friulano, emiliano romagnolo e per gli autoctoni dell’Agro Pontino o chi proveniva da altre parti d’Italia era difficile comprendere quelle lingue che sembravano straniere.  

Sono nato in casa, di fronte all’Hotel Europa. Mi fece nascere la signora Cocco, la mitica ostetrica che, in bicicletta, girava tutta Latina per aiutare le neo mamme a portare alla luce, dentro casa, i bimbi latinensi. In quell’epoca ne fece nascere migliaia, ma per ironia della sorte lei non poté averne. Era il 1968 quando la mia famiglia si trasferì di fronte il Palazzo M, credo che da quel momento sia nato l’amore viscerale che sento per la mia città.

“Emilio, vai a comprarmi un pacchetto di sigarette giù al bar?” mi chiese mio padre.

“quali sigarette?”

“Muratti da venti” andai di corsa giù al bar, ma quando entrai e sentii parlare le due donne e quell’uomo che stavano dietro il bancone, mi sentii perso. Non avevo spiccicato una parola di quello che si erano detti. Tornai di corsa a casa, mio padre appena mi vide mi domandò:

“e le sigarette?”

“ma papà, al bar sono tutti stranieri” lui si mise a ridere come un matto, poi si ricompose:

“ma non sono stranieri, hai visto come si chiama il bar?”

“sì, si chiama bar del Friuli”

“ecco, parlano friulano. Ora vai giù e chiedi un pacchetto di Muratti, vedrai che ti capiranno” così feci e quel signore con mio stupore mi rispose in italiano:

“tieni piccolo, ma portale a papà”

Quel signore si chiamava Bortolo Pellegrini. Tutta la sua famiglia lavorava nel bar, la sorella Antonietta, la cognata Anita e la moglie Mafalda unica non friulana, lei era nata nelle palazzine del lago di Fogliano.

 

Classe 1923, Bortolo era arrivato a Littoria che aveva circa dieci anni, subito dopo la fondazione. Per guadagnarsi qualche lira, già da bambino, andava in giro per la città a vendere i giornali. Passava alle poste all’alba, ritirava i quotidiani e via di corsa dai vari professionisti di Littoria a consegnare le notizie del giorno.

Qualche tempo dopo trovò lavoro come apprendista al bar Poeta, in piazza del Popolo. Stare dietro il bancone del bar gli piaceva molto, e dopo tantissimi sacrifici, negli anni ’60, riuscì ad aprire un bar tutto suo, lo chiamò bar del Friuli, in omaggio alla sua terra natale.

Carta d’epoca del bar del Friuli

La mia infanzia l’ho vissuta dentro e fuori il Palazzo M e nel bar di Bortolo. La mattina a scuola e il pomeriggio con altri ragazzini e ragazzine, tra cui la figlia Vittoria, a giocare a pallone, nascondino, in bicicletta. Quel palazzo non aveva segreti per noi. Ci calavamo addirittura nei sotterranei con delle corde. Intorno alla testa ci legavamo una pila come i minatori e andavamo in esplorazione. Lì sotto era un labirinto e a dire la verità un po’ di paura ce la metteva, ma ci facevamo coraggio. Un giorno ci spingemmo dove non eravamo mai arrivati, e in una stanza trovammo una radio d’epoca e un elmetto militare con cui ci giocammo a pallone. La radio invece la lasciammo sulla scalinata e Il giorno dopo sparì, qualcuno se l’era portata via.

Dopo aver giocato andavamo tutti a dissetarci con una bibita al bar Friuli, era un rituale. Come per me era un rituale vedere i ragazzi giocare al flipper all’interno del bar, o nel sottoscala dove Bortolo aveva messo un bigliardo. Quando tornavo a casa odoravo sempre di caffè.

A scuola il momento più bello era quando suonava la campanella della ricreazione, e appariva in aula Bortolo, con il cartone sulle spalle pieno di pizzette e cornetti. Io lo chiamavo Bortolik perché lo vedevo come un supereroe che veniva a salvarci dalla fame, che a quell’ora si faceva sentire. Mia mamma mi dava cento lire e con quelle compravo una pizzetta rettangolare a sessanta lire e un cornetto a quaranta. Quando se ne andava rimaneva quella scia profumata e la voglia di un’altra pizzetta e un altro cornetto.

Oggi il Palazzo M non è più scuola, purtroppo, e quei tempi sono ormai lontani, ma la nostalgia è forte e mi vengono in mente i ragazzi delle medie, il preside Giuffrida e il vice Pomilia, i ragazzi del ginnasio, i bambini dell’asilo, e poi i geometri, le ragazze del magistrale… insomma una vita pulsante, un rumore piacevole di ragazzi chiassosi all’uscita di scuola. Adesso il bar Friuli esiste ancora ed è sempre un ottimo bar, ma non c’è più Bortolo con la sua bella famiglia e non si parla più il friulano.

Bortolo appartiene a quella Latina sparita, a quegli uomini incredibili e speciali, figli della guerra e padri di sacrifici enormi, che hanno lottato per lasciare un futuro ai propri figli, ma anche a un’intera città, perché i bar, come anche i negozi, hanno aiutato molto a socializzare in un luogo dove si parlava “straniero”.