Latina, gli slavi e il muro di Berlino. Quando la Storia veniva da noi

Latina, gli slavi e il muro di Berlino. Quando la Storia veniva da noi

10 Novembre 2019 0 Di Emilio Andreoli

Trent’anni fa cadeva il muro di Berlino. Ma cosa ha a che fare con la nostra città? Vi domanderete. Perché con quel crollo iniziò la chiusura graduale del campo profughi “Rossi Longhi” di Latina. Venne chiuso definitivamente nel 1991. Oggi, quel luogo, ospita la facoltà di economia e commercio, sede distaccata della Sapienza di Roma.

 Ho impresso nella memoria centinaia e centinaia di persone che furono ospitate nel campo profughi di Latina “Rossi Longhi”, provenivano tutti dell’est Europa. Fuggivano dai loro paesi per conquistare la libertà di cui erano stati privati. Cercherò di fare un ripasso veloce di quegli anni.

La storia

Il campo profughi fu aperto a Latina il 20 ottobre del 1957 a seguito della rivolta ungherese contro il governo filosovietico nel dicembre 1956. Fuggirono dall’Ungheria circa 250.000 persone, rifugiandosi nell’Europa occidentale. L’esodo fu pianificato da un giovane italiano, funzionario del “Comitato Intergovernativo per le Migrazioni EuropeeRoberto Rossi Longhi. Ma non riuscì neanche a vedere il suo grande lavoro, perché morì nel luglio del 1957 in un incidete ad un passaggio a livello incustodito, aveva solo trentatre anni. Così intitolarono a lui quel luogo che avrebbe ospitato, in oltre trent’anni, più di 80.000 profughi.

Roberto Rossi Longhi

I miei ricordi risalgono ai primi anni ’70, a noi ragazzini dicevano di evitare di andare dalle parti del campo profughi perché poteva essere pericoloso, ma noi prendevamo le bici c’andavamo lo stesso. C’andavamo non per trasgressione, ma perché in via Adua c’era una grande sala giochi in un seminterrato, dove avevano una pista elettrica bellissima, dieci volte più grande delle nostre piste Polycar che c’aveva portato la befana.

Bene, non ci successe mai nulla da quelle parti e i profughi non capitò di vederli in quelle occasioni, oppure li avevamo visti non sapendo fossero profughi. La prima volta che li vidi per davvero stavo nel negozio di mio padre, di fronte il Palazzo M. Erano in due, entrarono dentro e parlarono una lingua strana. Avevano tra le mani delle buste della Standa, mio padre mi disse poi che erano profughi slavi.

Gli slavi

Da quel momento i profughi per me divennero tutti slavi, ma non solo io li chiamavo così, mi accorsi che tutti li chiamavano slavi. In realtà venivano dai paesi dell’est dell’Unione Sovietica. Polonia, Ungheria, Iugoslavia, Romania etc etc, ma di questo me ne resi conto quando divenni più grande. Però continuai, come tutti, a chiamarli slavi.

Mensa campo profughi

Venivano nel negozio di mio padre, perché erano tutti appassionati di elettronica, compravano le radio con le onde corte per ascoltare le trasmissioni dei loro paesi di origine. A volte le provavano in negozio, e quando sentivano la loro lingua gli si inumidivano gli occhi. Ricordo con affetto un polacco che si metteva fuori la vetrina, a guardare la televisione accesa. Lo vedevo ridere credevo fosse matto e invece, quando gli dissi di entrare perché faceva freddo, capii che era sordomuto. Rideva perché leggeva il labiale. Era un artista, faceva ritratti. Lo vidi per qualche mese e poi, come quasi tutti gli altri profughi, partì per altri lidi.

Inoltre ricordo Bruno, che divenne uno dei migliori amici di mio padre. Diceva di essere uno psichiatra, lui veniva dalla Iugoslavia. Si vestiva in modo stravagante, con le camicie a fiori e il cappello da messicano. Qui a Latina mise su famiglia e aprì uno studio medico, poi scoprirono che non poteva esercitare la professione, perché la sua laurea non era riconosciuta in Italia. Passò un po’ di guai, ma mio padre gli rimase amico fino alla fine.

Poi Giacomo il polacco, che venne a lavorare nell’azienda di famiglia. Anche lui si stabilì a Latina con la moglie e il figlio Thomas. Insomma tante storie si sono intrecciate con quei profughi. La maggior parte erano persone perbene, fuggiti per essere liberi. Anche se il campo era una polveriera, perché non correva buon sangue tra le varie etnie ed era faticoso tenere l’ordine. Insomma qualche coltellata ci scappava, soprattutto quando si esagerava con l’alcol. C’era però in quegli anni una squadra mobile di ferro, capitanata dal dottor Giordano, che teneva tutti sotto controllo.

Gli slavi all’angolo della circonvallazione

C’ho stampato nella memoria, l’immagine di tutte quelle persone che sostavano all’angolo del campo, sulla circonvallazione, in attesa di un lavoretto per guadagnarsi qualche lira. Quando qualcuno doveva fare qualche lavoro in casa, passava di lì e caricava lo slavo che non era mai lo stesso, perché i profughi avevano un tempo di permanenza di circa tre mesi, per poi essere distribuiti tra Stati Uniti, Canada, Australia e Svezia.

Molti di quei profughi si stabilirono a Latina, e si integrarono perfettamente nel nostro tessuto sociale. Oggi, i loro figli parlano latinense, questa ritengo sia la cosa più importante, ma non poteva essere altrimenti perché questa città è nata accogliendo.

La fine del campo profughi

Il campo “Rossi Longhi” di Latina, durante la guerra fredda, è stato il più grande centro di accoglienza e smistamento di profughi e rifugiati d’Europa, da lì passarono anche i vietnamiti. Poi nel 1978, quando venne eletto il Papa polacco Giovanni Paolo II, la richiesta di asilo politico dei suoi connazionali si decuplicò. La situazione divenne esplosiva nell’estate del 1987, fu emergenza nazionale. Il campo venne chiuso per i nuovi arrivi e le persone furono ospitate negli alberghi della zona.

Vi invito a vedere l’emozionante documentario di Emanuela Gasbarroni “Fuga per la libertà” che racconta proprio di quel campo. È uno spaccato della nostra storia che se pur breve, Latina compirà solo 87 anni,  è molto intensa.