Joker il film: capire il mostro per “prevenirlo”
18 Novembre 2019Questo giornale è aperto ai contributi, e spero ai talenti, ciascuno il suo. Ospitiamo un articolo di Sara Alicandro, una recensione di Joker visto al Festival del Cinema di Venezia. Lo spettacolo, in questo scritto, è anche sul punto di vista… la vista di chi ama il cinema, amore mai scontato.
di Sara Alicandro
Io l’ho capito da subito che questo film sarebbe stato una bomba ad orologeria. Sesto senso? No. Ero alla Mostra internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia e mi hanno cacciata a piè pari da due file di seguito, per quanta gente c’era. Va bene che avevo l’accredito verde (aka l’accredito dei cinefili sfigati che non hanno qualifica alcuna se non l’amore per il cinema stesso), però diamine, cinque ore di fila a vuoto. Senza mangiare. Infatti sono quasi svenuta. Per chi se lo stesse chiedendo, sì: gli undici giorni alla Mostra sono una sorta di girone 2.0 dell’inferno dantesco fatto apposta per chi, ostinato, continua ad amare la settima arte in un mondo che tenta costantemente di ucciderla. Vi assicuro che è una tortura stupenda.
Ma veniamo a Joker. Nonostante l’elevata curiosità che serpeggiava in quello specifico spazio del Lido, gli scettici erano in molti: c’era chi diceva che sarebbe stato il solito, banalissimo cinecomic (sui quali non oso esprimermi, non essendone appassionata né tantomeno esperta), altri che non ponevano alcuna fiducia nel regista Todd Philips, conosciuto dai più per aver diretto Una notte da leoni, la famosissima commedia record di incassi dal sapore tutto statunitense.
È certamente vero che questo cineasta aveva alle sue spalle, prima di Joker, una filmografia dall’impronta prettamente comica, però io ritengo che chi fa commedia (per lo meno chi la fa bene) debba essere di per sé un genio. È facile far ridere senza fare un bel film, parliamoci chiaro. E a questo punto, dopo aver visto il suo personalissimo Joker, posso dire con certezza di averci preso. Todd Philips è una persona visionaria e ha fatto un film visionario di conseguenza.
Si può dire che l’esperienza del comico gli sia servita e non poco anche in questa pellicola, che di comico ha poco e niente. Anzi, è crudo e malinconico oltre ogni dire. Però c’è quella risata, quella tristissima e innaturale che ritorna per tutto il film che non poteva essere ideata se non da una persona che sa benissimo cosa sia una risata vera, e che quindi sa anche snaturarla, renderla altro da se stessa. Perciò, siamo a livelli chirurgici di regia.
Tuttavia lei stessa ha la voce di una persona in particolare, e si tratta di Joaquin Phoenix, bravissimo attore almeno dai tempi de Il gladiatore di Ridley Scott, ma che è sovrumano in questo ruolo. Il suo modo di entrare in Arthur Fleck (non più, quindi, Jack Napier come nel Batman di Burton), rende possibile un’esperienza sensoriale strabiliante in cui il personaggio di Joker viene esplorato – e capito – come mai prima d’ora. Anche quello di Heath Ledger ne Il cavaliere oscuro di Nolan era abbastanza spiegato, ma in quello di Philips si parla proprio di psicanalisi ad uno stadio elevato.
La prima parte del film è quella più “lenta” eppure in assoluto la più immersiva, è un viaggio psicologico all’interno della vita di una persona fragile. Una persona qualsiasi. Motivo per cui non può assolutamente essere considerato un cinecomic. Senza nulla togliere, sarebbe semplicemente riduttivo.
Una breve parantesi va obbligatoriamente dedicata alla meravigliosa colonna sonora, che va dall’intramontabile That’s life di Frank Sinatra alla Rock and Roll Part II di Gary Glitter che ha consacrato la già iconica scena delle scale, fino ad arrivare agli inquietanti e bellissimi violoncelli dell’islandese Hildur Guðnadóttir, che fanno da sfondo a scene topiche come la danza del bagno nella metro, in cui ancora una volta il buffo si mescola al tragico e le emozioni fanno a cazzotti come non mai.
Tra le azzeccatissime inquadrature di spalle, pestaggi immotivati per strada e non solo, il rapporto contraddittorio ed ambiguo con la madre e con il concetto più o meno astratto di malattia, prende forma questo interessantissimo e nuovo personaggio, prima in veste di Arthur, poi in quella di Joker.
E sono entrambi considerati mostri. Arthur è un malato di mente incapace di controllare questi scoppi di risa improvvisi, motivo per cui il suo sogno di diventare un comico è praticamente una sconfitta in partenza. Come se non bastasse, la società lo rifiuta anche come essere umano, e invece che andargli incontro e accettarlo per quello che è, con pregi e difetti, limiti e virtù, lo abbandona a se stesso, gli fa pesare la malattia come se fosse colpa sua, lo fa sentire sbagliato.
In una sequenza, Arthur scrive una frase sul suo taccuino che potrebbe essere la summa di tutta la filosofia del film stesso: La cosa peggiore di avere una malattia mentale è che le persone si aspettano che ti comporti come se non l’avessi.
È proprio da questo concetto che nasce l’altra faccia del mostro, il Joker. Dal rifiuto della società e di chi amiamo nasce la follia, la sete di vendetta, il pazzo omicida. Ed è solo in questo lato dell’essere mostro che finalmente Arthur si sente appagato, felice. E in questo sta l’altra faccia anche della malattia.
Ma la colpa non è di Arthur. La colpa è di chi gli ha fatto del male. Questo film è stato accusato di essere pericoloso, di inneggiare al villain come un nuovo salvatore, come una vittima innocente, di incitare alla violenza come mezzo.
Io credo che una persona se è violenta lo è per indole oppure di certo non lo diventa perché è andata a vedere un film al cinema. L’arte deve essere libera di poter dire quello che vuole, proprio perché si slega dalla realtà, pur facendovi riferimento.
Dunque ritengo più opportuno focalizzarsi sul messaggio che realmente questo filmone di Todd Philips vuole comunicare: le persone cattive esistono, ma spesso lo sono per un dolore nascosto. Chi fa del male è stato spesso e volentieri vittima della sofferenza a sua volta. E capire queste persone non significa giustificarle, ma rendersi conto che bisogna essere gentili sempre. Non conosciamo le storie di chi ci sta di fronte, le loro ferite, i loro trascorsi. Empatizzare con chi è essere umano insieme a noi significa saper rispettare. E dovrebbe essere una legge universale e inalienabile.


