Il Cermis, storia italiana

Il Cermis, storia italiana

3 Febbraio 2020 0 Di Glenda Castrucci

Ai lettori: Ci sono storie che meritano di essere ricordate, annoverate nei libri, conosciute da tutti. Ci sono storie che hanno cambiato la vita di molte persone, di uno Stato, di un sistema politico. Ci sono storie che, sebbene sorpassate da altri accadimenti, rimangono e dovrebbero rimanere, nei nostri cuori per sempre. Oggi a 21 anni esatti ricordiamo insieme una storia italiana: quella della strage del Cermis.

La “storia”:

Era il 3 febbraio del 1998 quando un’immonda disgrazia sconvolse la quiete del Val Di Fiemme: la strage del Cermis. Ben ventun anni esatti, con oggi, sono trascorsi dall’incidente di Cavalese, e nessuna giustizia è ancora stata fatta.

In quegli anni l’aeroporto militare italiano di Aviano, in Friuli-Venezia Giulia, veniva utilizzato dall’America come punto di appoggio nelle esercitazioni durante la guerra in Kosovo. Quel giorno, alle 14:35 il jet della marina militare americana Grumman EA-6B Prowler decollò da Aviano per un addestramento sul volo a bassa quota, sorvolando le Dolomiti. Il Prowler era pilotato dal comandante Richard Ashby (per il quale quella era l’ultima missione) affiancato dal navigatore Joseph Schweiner, e nei sedili posteriori stavano gli altri due capitani: Chandler Seagraves e William Raney. I quattro marines, durante quell’esercitazione a bassa quota, violarono le norme di sicurezza imposte dal regolamento: il capitano Ashby non solo superò la velocità massima stabilita, ma discese di diversi metri sotto la quota consentita. Alle 15:13 l’aereo militare si schiantò contro una funivia a Cavalese, in Val Di Fiemme, tranciò i cavi del Cermis, e provocò la morte di 20 persone: in soli sette secondi una immensa tragedia segnò per sempre quella che doveva essere una splendida giornata sulla neve. I marines, illesi, riuscirono a tornare alla base aerea di Aviano, riportando solo gravi danni per conto del velivolo. Per le vittime di quella catastrofe, sette tedeschi, cinque belgi, tre italiani, due polacchi, due austriaci e un olandese, non è mai stata fatta giustizia.

 

L’indagine americana, l’insabbiamento delle prove e il verdetto beffardo:

In foto: i quattro marines della United States Marine Corps

Ancora oggi questa “storia” fa parte di uno dei capitoli più neri riguardanti la nostra Italia. Ci furono vari tentativi di depistaggio da parte dei quattro marines durante le investigazioni, tanto che l’unica accusa loro mossa fu quella di una “leggerezza” nell’attuare i protocolli di volo. E pene leggere gli vennero assegnate per la morte di ben venti persone. L’incidente, sommato a quello che non fu un giusto processo, comportò un inevitabile incidente diplomatico tra l’America di Clinton e l’Italia di Prodi. Ogni tentativo dell’Italia di processare i marines americani venne respinto sulla base della Convenzione di Londra, e quindi, ogni prova ed ogni documento vennero sottoposti al solo giudice degli Stati Uniti.

L’investigatore americano Mark Fallon, dell’NCIS (Naval Criminal Investigative Services), che si occupò del caso e che forse fu l’unico eroe della vicenda, interrogando dapprima gli abitanti di Cavalese e poi i marines, fece finire sotto processo il capitano e pilota Ashby e il suo navigatore Schweiner (Seagraves e Raney vennero giudicati non colpevoli). I marines si difesero affermando che l’altimetro al bordo del prowler era malfunzionante, ma dalle indagini non risultarono guasti. Quello che invece emerse fu che il pilota Ashby aveva più volte, durante il volo, superato i limiti di velocità, e venne, inoltre, rilevata la presenza di una videocassetta per filmati amatoriali non registrata.

Fu allora evidente che alcune prove erano state insabbiate o distrutte dai due marines, che però puntarono la loro difesa sul mancato disegno della funivia Cermis sulle mappe di navigazione, e sulla non conoscenza delle restrizioni sulla velocità consentita. Assolti in un primo momento, la Corte Marziale Usa del 1999 li dichiarò colpevoli solo di intralcio alla giustizia, per aver distrutto il nastro della videocassetta e per volo spericolato, rimuovendoli dal servizio e radiandoli con disonore dai Marines. Tutto ciò perchè il Corpo dei Marines venne giudicato responsabile di non aver sufficientemente addestrato l’equipaggio e il capitano Ashby fu, dunque, ritenuto non colpevole per il disastro. I risarcimenti ai familiari delle vittime fissati per 40milioni di dollari da parte del governo degli Stati Uniti, ricaddero sulle amministrazioni della provincia autonoma di Treno e sullo Stato italiano.

La confessione dopo 14 anni dalla strage:

Solo anni dopo la strage, nel 2012, durante un’inchiesta del National Geographic, Robert Schweiner confessò: “Ridevamo e fotografavamo le montagne, il paesaggio splendido del lago di Garda. Mentre l’aereo violava le regole, volando troppo basso e troppo veloce, giravamo un video ricordo delle Alpi: un souvenir per il pilota, all’ultima missione prima di tornare negli Stati Uniti. Quando ci hanno detto che avevamo ucciso così tante persone ho pianto come un bambino. Mi sono chiesto perché noi siamo vivi e loro sono morti. Ho bruciato la cassetta. Non volevo che alla Cnn andasse in onda il mio sorriso e poi il sangue delle vittime”.

Ciò che accadde quel 3 febbraio del 1998 deve essere ricordato. Quell’imbarazzante processo, offensivo per tutte le famiglie delle vittime e per l’intera Italia deve essere ricordato. Il nome di quel pilota assassino, la cui assoluzione è una beffa, deve essere ricordato, insieme alle parole di quel navigatore che distrusse le prove per salvaguardare le proprie vite a discapito della giustizia di chi invece, per colpa loro, la vita l’aveva persa. Questa è la storia di come i grandi Paesi divorano quelli più piccoli, di come spesso le leggi vengano raggirate, di come si riesce ad uscire “puliti” da situazioni “sporche”. Ma la coscienza, una volta intaccata, quella no, non si pulisce mai. Ed è giusto che il tormento smuovi ogni giorno le vite dei colpevoli, così come è giusto che noi tutti teniamo sempre bene a mente questa “storia” quando glorifichiamo l’America come patria della giustizia e dell’uguaglianza, rispetto al resto del mondo: “Questo in America non succede” – “E invece sì”.