25 aprile, la versione di Maichol in tempo di libertà sospesa

25 aprile, la versione di Maichol in tempo di libertà sospesa

22 Aprile 2020 0 Di Fatto a Latina

Il Fattoalatina è una esperienza editoriale che ha la fortuna di voler essere anche una lavagna, siamo nati per dare voce alla eccellenza pontina che è tale se non è un canto unico ma una serie di canti che fanno non un coro, ma mille canzono diverse. Per questo ospitiamo contributi esterni e diamo voce a chi vuol raccontarsi. Tanto più in questo periodo in cui parlarsi è impossibile. Pubblichiamo la nota di Maichol Petrianni sul 25 aprile, una riflessione su una ricorrenza fondante delle liberà e delle repubblica il cui senso sta anche nelle polemiche che alimenta, perchè è cosa viva dentro la coscienza profonda di un paese che tenta sempre di non fare i conti con la storia, ma la storia si riprone con le sue virtù ed i suoi mostri. Guardatela oggi questa libertà financo considerata in tempi di paura, e la paura se non ha “ragione” riporta i mostri, e non sono dettagli (l.g.)

 

IL 25 APRILE NON SI TOCCA! Non si tocca il 25 Aprile, questo giorno così importante bisogna conoscerlo, assaporarlo, viverlo, amarlo. Solo così si può difendere ciò che esso rappresenta e rispedire al mittente le provocazioni di trasformare questa tradizione in una festa di memoria generalizzata verso tutti i morti. Non è giusto. Questa è la festa di liberazione, ed è una festa che divide. Si! C’è stata, c’è, e ci sarà sempre divisione tra chi ama l’Italia e chi ama un partito morto e sepolto. Un partito fondato su valori sbagliati che ha distrutto l’Italia intera e ha venduto il suo Santo suolo all’invasore nazista.

La Resistenza l’ha liberata: è un fatto storico. La festa della Liberazione DEVE essere divisiva. Non può esserci unità con i nostalgici fascisti. Quindi invito tutti tramite questo articolo di tornare indietro nel tempo in quel dì, d’aprile, del 1945, in Italia. Inizieremo a raccontarci del 18, per chi non lo sapesse una data molto importante. Fu un giorno mite, caldo quanto bastava, le rose si prepararono per sbocciare e gli operai di Torino chiesero uno sciopero generale seguito da tutte le altre città del nord Italia ancora occupate dalla brutale Wehrmacht. Lo sciopero di Milano, Torino, Genova, Bologna, Brescia, Padova, Udine, Venezia, segnarono la rivolta armata. Una rivolta indipendente dagli alleati. I partigiani disobbedendo agli ordini del Generale Clark, lanciarono un attacco contro i nazi-fascisti di Milano mentre le truppe alleate erano ancora sulla linea di difesa tedesca, la cosiddetta linea gotica tra Pisa e Rimini. Quindi quella rivolta ci permise di riacquistare la dignità persa durante il ventennio fascista agli occhi del mondo e della storia. All’inizio della rivolta, oltre mezzo milione di Partigiani erano sotto le armi. L’esercito della guerriglia italiana contava 256.000 combattenti, di cui il PCI, con le sue brigate Garibaldi, fornì 155.000 partigiani. Finalmente arrivò il tanto atteso 25 Aprile 1945, giorno in cui scendemmo in piazza a festeggiare. Le Rose sbocciarono, furono bellissime, come la liberazione. Ma con i fiori arrivarono anche le spine, le nostre spine di dolore furono un totale di 70.000 partigiani civili morti. Uomini e donne di ogni estratto sociale, che hanno donato la loro vita e il loro sangue lassù in montagna, per difenderci e difendere la nostra libertà. É questo il fiore del Partigiano, o bella ciao.

Maichol Petrianni