Racconti nel covid 19/ Quel bisogno umano dello sguardo dei bambini (di Marina Eianti)
22 Aprile 2020Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Marina Eianti, stiamo da tempo entrando dentro le sfaccettature di questo tempo strano in cui è valore quello che era disvalore fino a ieri. Ieri la distanza era sinonimo di alterigia, di presunzione, oggi è valore tutelato dalle guardie, con le multe. Ieri società era stare insieme, oggi la parola è “civile” solo se preceduta da distante. Eppure nasciamo uniti alla madre, gridiamo a squarciagola per prendere fiato e dire agli altri che, da allora in poi, ci siamo. Marina Eianti lo racconta questo tempo da chi deve stare a “contatto” (speriamo che non mi multino per aver usato questa parola) con i bambini, quelli fragili, e segna un disagio, un auspicio. Una fotografia di queste ore, dove la mano dell’altro è negata a ciascuno, in cui cerchiamo succedanei alla socialità, ma è come bere “caffè” di cicoria. Marina Eianti chiude col dubbio del fare e la speranza che “finisca presto”, mi associo fatti non fummo per viver come bruti…. (l.g.)
Mi capita spesso, in questi lunghissimi giorni, di assistere sempre alla stessa scena, tornando a casa dopo il lavoro. Trovo il resto della famiglia occupata in accese e vivaci videoconferenze, lezioni a distanza e chat con amici. Che bello! Penso, tutto va avanti nonostante la situazione difficile. Se questo all’inizio mi confortava, sapendoli al sicuro, ora comincio ad avvertire un senso di insoddisfazione, un peso sul cuore. La sospensione del lavoro ha fatto escogitare nuove soluzioni per ogni tipo di professione: smart working, didattica a distanza e webinar. E la mia professione? L’interruzione è stata netta e, soprattutto, difficile sostituirla con un lavoro a distanza. Mi occupo di disturbi dello sviluppo in età evolutiva e se la distanza è faticosa per i bambini a sviluppo normale, lo è ancora di più per i
bambini a sviluppo atipico.
La relazione terapeutica è un’alleanza fatta di “agito”, di sguardi ed è, spesso, una comunicazione non verbale ma con una forte intenzione comunicativa. Lavorare con i piccoli significa stare seduti
a terra, percepire gli scambi comunicativi attraverso i cinque sensi, significa abbracci e contatti ravvicinati. Non sempre è semplice ottenere la loro collaborazione, spesso si chiudono, hanno timore del terapeuta perché lo percepiscono come un estraneo e, allora, vanno sedotti pian piano, la relazione va portata su un piano di fiducia e questo richiede tempo ma soprattutto “presenza”.
Ora, tutto mi dice che è tempo di nuovi ritmi, nuovi momenti, nuovi spazi d’incontro che si sintonizzano sempre sulla presa in carico affettiva dell’altro. E’ così che stiamo lavorando tutti. Ammiro le famiglie che, con tante difficoltà, si mettono a nostra disposizione. Ammiro l’entusiasmo e il lavoro rinnovato di tanti colleghi impegnati a salvaguardare questa relazione a distanza. Ma lasciatemi anche dire che torneranno i momenti in cui le nostre stanze avranno odore di bimbo, giocattoli buttati a terra, il “facciamo finta che…”, i piedi nudi e guance sporche di nutella.
Non so se andrà tutto bene, ma voglio pensare che quello che stiamo facendo, lo stiamo facendo bene, sperando che finisca presto.
Marina Eianti


