Quando il covid non c’entra/Il finanziere in coma per un colpo di pistola contato al virus

Quando il covid non c’entra/Il finanziere in coma per un colpo di pistola contato al virus

20 Maggio 2020 0 Di Fatto a Latina

A morte ‘o ssaje ched”e?…è una livella.

E’ il verso centrale di una famosa poesia del Principe Antonio De Curtis in arte Totò. La poesia è ambientata all’interno di un camposanto, dove, la voce narrante, dopo aver fatto visita alla tomba della zia defunta, vi si ritrova, per caso, rinchiusa durante la notte ed assiste al discorso tra gli spiriti di due defunti, un marchese e un netturbino, le cui spoglie umane sono state sepolte accanto.

Lo spirito del marchese si ribella alla vicinanza del netturbino il quale, prima sembra quasi scusarsi per l’ardire di trovarsi vicino al nobile, ma poi, fa notare l’insensatezza di quel discorso, ricordando che dopo la morte si diventa tutti uguali (appunto “livellati) e che delle differenze in vita si perde memoria (Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive: nuje simmo serie. Appartenimmo à morte ). Una sacrosanta verità, resa ancora più forte dal dialetto napoletano in cui la poesia fu scritta, che ci ricorda che i morti sono tutti uguali, casomai è la morte che è diversa.

A mio avviso, negli ultimi due mesi abbiamo dimenticato questo ovvio precetto, a causa della livella-Covid che ha reso le morti tutte uguali, come se non si morisse più d’altro e come se la vita finisse sempre e comunque per colpa del maledetto virus invisibile. Invece no , si muore anche e soprattutto d’altro.

“La morte d’altro” è passata in secondo piano, anche a causa di un uso che mi permetto di considerare discutibile delle statistiche e dei numeri sulla pandemia; numeri e statistiche che , da quando il paziente uno è entrato nel pronto soccorso di Codogno, ci hanno riempito l’anima e la testa.

Non è arrivato il momento di cominciare a ragionare seriamente su qui numeri e sulla loro natura reale? Sia chiaro, lungi da me derubricare il Covid ad invenzione o supportare idiozie dietrologiche , però qualcosa ora non quadra più. Pochi giorni fa leggendo online le pagine di un noto giornale bolognese, mi imbattevo in questo titolo “ Muore di Covid a trent’anni: è la vittima più giovane” ; addentrandomi nell’articolo scoprivo trattarsi di un giovane Basco Verde della Guardia di Finanza, Michele Grauso.

I Baschi Verdi, per chi non fosse conoscitore della materia, sono un articolazione specializzata della Guardia di Finanza che si occupa principalmente di servizi d’ordine pubblico e pattuglie su strada, oltre che di effettuare scorte alle cariche istituzionali. I Baschi Verdi, tra i quali, come è ovvio possono trovarsi ottimi e meno ottimi agenti, hanno un paio di caratteristiche distintive ; sono tendenzialmente più giovani degli altri Finanzieri ed hanno un fortissimo spirito di corpo, che gli consente di affrontare turni di servizio molto duri e faticosi, anche grazie a fisici allenati ed atletici.

La notizia che uno di loro possa essere morto per Covid mi ha particolarmente sorpreso, oltre che rattristato. La realtà sapete qual è? Che Michele Grauso non è morto di Covid. O meglio, è stato presumibilmente inserito, se l’articolo di giornale ha riportato il vero, tra le morti Covid perché nella struttura ospedaliera in cui si trovava il referto finale medico avrà riportato l’insorgenza dell’infezione da Coronoavirus, ma la morte è avvenuta due anni fa. Il giovane Basco Verde è morto due anni per colpa di un proiettile sparato accidentalmente da un suo collega , all’interno di una caserma della Guardia di Finanza dove svolgeva un corso di specializzazione. E’ rimasto poi in stato vegetativo fino al 10 maggio scorso, giorno in cui il suo corpo ha smesso di respirare. Il Covid perdonatemi, ma in questo caso, mi azzardo a dire, che tutto è, tranne la causa della morte. Se un anno fa un giovane operaio fosse rimasto schiacciato accidentalmente in fabbrica da un automezzo guidato da un suo collega e dopo sei mesi di coma fosse morto per un infezione alle vie aeree, lo avremmo detto morto per polmonite? Non credo, come non credo che avremmo visto scritto su qualche giornale un titolo del genere: Muore a trent’anni di raffreddore. E’ la vittima più giovane.

Michele Grauso è morto a causa delle conseguenze di quanto avvenuto due anni fa, a prescindere da quello che dice il certificato di morte del 10 maggio.

Dobbiamo recuperare e presto il senso delle parole. Non possiamo restare legati alle statistiche ed ai freddi numeri. Dobbiamo tornare ad analizzare e valutare. Non solo per noi, perché così recuperiamo il senso della realtà che viviamo. Ma anche per i morti.

Per chi è morto di Covid e per chi è morto d’altro.

Davide Facilepenna.