Nel covid 19/Lucignolo non prenotava il parrucchiere. La fila di Paola Di Veroli

Nel covid 19/Lucignolo non prenotava il parrucchiere. La fila di Paola Di Veroli

23 Maggio 2020 0 Di Fatto a Latina

Stamane sono stato dal barbiere, ne ho condiviso la storia raccontandolo. Mi manda un racconto su, praticamente la stessa esperienza, ma vista da un punto di vista femminile di Paola Di Veroli. Lei racconta un viaggio tra una perdita di tempo di un temo, che pare lontanissimo, e l’asettico mondo della prenotazione in cui siamo entrati. Questo virus ha ucciso l’umano, uccidendo uomini, ma anche come effetto collaterale ucciso il “piacere di perderlo il tempo”, la cosa che ci fa uomini. La immagino Lucignolo-Paola che perde tempo in fila dalla parrucchiera ricaricandosi di vita. Amo la perdita di tempo. Pepe Mujica, ex presidente dell’Uruguay dice “Non sprecate la vita nel consumismo, trovate il tempo di vivere per essere felici “.

Non si va dal barbiere dal parrucchiere per l’estetica vanità, ma per bisogno di umanità Paola lo racconto con un quadro che assomiglia a quelli dei pittori fiamminghi dove l’umano invade ogni cosa nell’anarchia che ama la libertà, piazze di tanti Lucignolo che ci fanno quello che siamo, non robot ma anime. (L.G.)

LA LETTERA DI PAOLA DI VEROLI 

 

Caro Lidano,

anche io sono tornata dalla parrucchiera. Per necessità e con l’illusione di immergermi nel “prima”. No, il mondo non è più lo stesso. Avevo scelto Anna e Teresa perché da loro non era ancora passata la mentalità del risparmio del tempo; niente prenotazioni, passavo davanti alla porta, entravo, magari solo per un saluto e poi invece decidevo di mettermi in fila, senza pensare che avrei perso un intero pomeriggio in attesa del mio turno.

Mi correggo: non “perso”, ma “impiegato” un intero pomeriggio. E già, perché il tempo trascorso a chiacchierare, o semplicemente ad ascoltare le conversazioni, non è mai tempo perso. Il negozio di parrucchiere come luogo di incontro, possibilità di conoscere persone nuove e di intrattenere discorsi di vario genere. Clima festoso, in cui tutti ci sentivamo anche un po’ “famiglia”: Mara, la mia maestra del cuore, che ad un certo punto spazzava il pavimento per sentirsi anche utile, Anna o Teresa che prendevano le ordinazioni per un aperitivo o una merenda… Insomma, era un pomeriggio tra amiche. Io, che fino a poco tempo prima lasciavo le chiome ribelli, non potevo fare a meno dell’appuntamento settimanale; usavo i miei capelli come pretesto per trascorrere ore piacevoli. La fila come metafora di una piazza.

Quante persone che vivono in solitudine traggono giovamento dalla “fila”? Si raccontano ed ascoltano gli altri raccontare. E i discorsi toccano diverse corde: i malanni, le ricette di cucina, la politica, il gossip… Quando in politica si dice che bisogna “ascoltare la gente”, ecco, io penso a stare con loro quando fanno la fila: si propongono soluzioni e progetti solo quando si conoscono i bisogni, che non sempre sono chiaramente espressi.

Adesso il mio tempo è sicuramente più organizzato ed ottimizzato. Ho il mio appuntamento preciso, la mia poltrona sanificata, ma… non ho più il gusto dell’estemporaneità, della creatività, dell’incontro casuale.

Il coronavirus ha creato un distanziamento sociale che va ben aldilà di un metro. Ha annullato la fila come luogo di condivisione per eccellenza; le file che ora facciamo sono principalmente file in piedi davanti ai negozi di generi alimentari, ci innervosiscono, perché osserviamo se siamo con le mascherine, se siamo alla distanza giusta, abbiamo paura persino di parlare. Lavoro, faccio la mamma, le giornate sembrano non bastare mai eppure non vedo l’ora di tornare dalle mie parrucchiere a “perdere tempo”.

Forse, ora che il nostro mondo sembra cambiato, guardo con nostalgia a Lucignolo e non vedo l’ora di andare nel paese dei balocchi, dove il tempo assume il sapore della libertà e della sospensione dal quotidiano. Magari Collodi non ci avrà pensato, ma Lucignolo non prenotava dal parrucchiere; faceva come me, passava lungo via Roma e decideva di perdersi nel mondo dei balocchi del negozio di Anna e Teresa, attirata più dalla socialità che dalla necessità della piega.