Addio a Massimo Gianolla, il ragazzo delle case popolari che sapeva fare comunità
5 Luglio 2020Per fare una comunità ci vogliono persone che la sappiano fare e queste persone sono rare, soprattutto a Latina che è sempre stata una città complicata sotto questo aspetto. E quando queste persone vengono a mancare ce ne accorgiamo, eccome se ce ne accorgiamo. Massimo Gianolla, Massimetto come lo chiamavano gli amici, era una di queste e ci mancherà molto.
Venerdì 3 luglio 2020 ore 14:50
È una giornata dal caldo opprimente, nella chiesa di Santa Maria Goretti si attende il feretro di Massimo Gianolla. Il piazzale della chiesa è gremito di persone. la maggioranza ha la mascherina e chi non ce l’ha si tiene lontano. Quando arriva il carro funebre, con compostezza le persone entrano nella chiesa. In un attimo si riempie, ma sempre stando attenti alle distanze. Non c’è posto per tutti e molti restano fuori il piazzale. Il prete resta meravigliato:
“Se siete così tanti significa che Massimo si è fatto voler bene. Non ha pensato solo all’io, ma ha pensato anche agli altri e in questo mondo di egoismo è cosa rara”
Mi guardo intorno e vedo persone di diverse estrazioni sociali. Riconosco il presidente dell’ordine degli architetti Massimo Rosolini, il costruttore Egidio Palumbo, il maestro Mario Iavarone, l’ex sindaco Vincenzo Zaccheo, ma anche tanti volti di gente comune, alcune molto umili. Sì, Massimo si è fatto voler bene da tutti perché è rimasto il ragazzo di sempre fino alla fine. Il ragazzo delle case popolari dove ha vissuto tutta la vita. Anche se aveva avuto successo nel suo lavoro, lui ha continuato a dare confidenza a tutti, a iniziare proprio dagli ultimi.
Ma chi era Massimo Gianolla?
Massimo è l’ultimo di sette figli, i suoi genitori sono veneti e sono arrivati subito dopo la fondazione della città. la mamma infermiera e il papà imbianchino, che muore però molto presto. Allora la madre, Gina, si rimbocca le maniche. Per tirare su quei sette figli gira tutta la città, con la sua bicicletta, a fare iniezioni a domicilio. E io ne so qualcosa, perché quando arrivava a casa mia, cominciavo a correre e a piangere per sfuggire alla sua siringa.
Massimo finisce le scuole medie e inizia a lavorare con Carlo, il più grande dei fratelli, che ha seguito le orme del papà e fa l’imbianchino anche lui. Massimo è un ragazzo molto sveglio, ha voglia di imparare e apprende presto il mestiere, fino a diventarne un maestro e andare in Inghilterra, dove Egidio Palumbo, costruttore di Latina, sta realizzando la villa più grande del mondo per una famiglia reale araba, in un parco di ventisei ettari nella zona tra Windsor e Ascot, a ovest di Londra.
Massimo alla “corte” d’Inghilterra
Sono i primi anni 2000, quando Egidio Palumbo chiamò Massimo per farlo lavorare con lui in Inghilterra:
“Chiamai Massimetto perché nella villa c’erano da fare degli stucchi veneziani molto particolari, e lui era il migliore che io conoscessi. Così lo convinsi a venire in Inghilterra. Ci conoscevamo da sempre, perché mio papà aveva fatto il militare a Merano con il suo. Subito si diede da fare e dimostrò, oltre la sua bravura, anche grandi capacità organizzative. Trovava sempre le soluzioni perché aveva un’intelligenza superiore alla media. Aveva un spirito allegro, sempre pronto alla battuta e sapeva fare squadra. Così gli affidai la direzione dei lavori. Inoltre imparò in brevissimo tempo l’inglese, sicuramente aiutato dalle donne anglosassoni che ne subivano il fascino, perché Massimo era un bel ragazzo e aveva un carattere molto aperto. Pensa che io organizzavo ogni settimana, con i collaboratori più stretti, una cena al solito ristorante. Il tavolo accanto al nostro era riservato sempre a Brian May, il chitarrista dei Queen, con cui nacque una piacevole confidenza. Un giorno andammo senza Massimo perché era dovuto tornare in Italia per un lavoro, quando entrò Brian, diede un’occhiata al nostro tavolo e perplesso ci domandò: “and Massimo?”. Molti personaggi famosi che abitavano nella zona, vennero a curiosare nel cantiere. Una volta anche gli ex proprietari della tenuta, Demi Moore e Bruce Willis. Chiesero di entrare per vedere cosa stava sorgendo nella loro ex proprietà. Era ora di pranzo e così li invitai a fermarsi con noi, sicuro che non avrebbero accettato, invece ne furono felici. Il nostro cuoco fece penne all’arrabbiata e ci bevemmo su un bel po’ di vino rosso. Massimo era seduto accanto a Demi Moore, parlavano e ridevano, io credo che se il pranzo fosse durato dieci minuti in più, gliel’avrebbe soffiata a Bruce Willis. Un altro giorno venne George Harrison, cercò di non farsi riconoscere poi alla fine si mise a chiacchierare con Massimo e si fece scoprire. Parlarono insieme per un bel po’ e poi andò via sorridendo. Questo era Massimo, ti metteva sempre di buon umore. Per me è stato come un fratello con cui ho condiviso momenti di gioia, ma anche di dolore. Mi mancherà terribilmente come mancherà ai miei figli di cui era l’idolo.”
Il ricordo dell’amico Ferdinando Parisella:
“Massimetto aveva uno sguardo da birbante, mi piaceva il suo spiccato senso ironico e in più aveva una intelligenza sorprendente. Quando iniziai i lavori per il Doolin pensai subito a lui, perché lo conoscevo da ragazzino. Lo feci incontrare con i due pittori irlandesi, che avrebbero poi dipinto i murales alle pareti del pub, tra loro fu subito feeling. Avvenne uno scambio culturale e di maestria incredibile. Loro insegnarono a lui delle tecniche di pittura e viceversa. Uscì fuori uno splendido lavoro. C’è anche una targa, nel pub, dove viene menzionato. Pure per tanti altri lavori lo chiamai. Massimetto era una bella persona, con lui non potevi annoiarti… mi mancherà molto.”

La targa che si trova nel pub Doolin dove Massimo viene menzionato
In questi ultimi anni cominciò a frequentare un amico che avevamo in comune, il maestro Mario Iavarone, che, con grande commozione, l’altro giorno mi ha dato purtroppo la triste notizia:
“Emilio, una frase mi è rimasta impressa di Massimo, quando qualche mese fa lo accompagnai per una visita di controllo: “Mario, mi rimarrai sempre nel cuore“ penso sempre a questa cosa…”
Il mio ricordo
Ci sono persone che non ricordi il momento di quando le hai conosciute, ma fanno parte da sempre del tuo mondo e Massimo era così per me. lo conoscevo da sempre, anche se ci siamo frequentati poco. Lo ricordo nelle serate degli anni settanta, nelle discoteche, ma anche in giro per la piazza. Latina di quegli anni, era bella proprio perché ci conoscevamo un po’ tutti.

Massimo Gianolla in una delle sue ultime immagini
Quattro anni fa lo incontrai in una cena a casa di un’amica comune e quella sera parlammo molto. Lo trovai cambiato, più saggio rispetto alla spavalderia della sua giovinezza. Mi disse che attendeva un trapianto di reni e lo disse senza mostrare grande preoccupazione, ma in effetti preoccupato lo era. Poi un paio di anni fa, quando morì la mamma feci un post su facebook, per ricordare quell’infermiera instancabile che era arrivata a centoquattro anni, mi venne a cercare commosso per ringraziarmi.
Mi chiamò al telefono qualche tempo fa, e si arrabbiò quando risposi “Ma chi sei?” mentre lui parlava: “Ma che cazzo Emi’, ma vuoi memorizza’ il mio numero? Ogni volta mi chiedi chi so’” Gli risposi che aveva ragione e che lo avrei fatto. Ma come sempre mi accadeva quando stavo in negozio, me ne dimenticai anche quella volta:
“Scusa Massime’, alla fine non ho mai memorizzato il tuo numero, ma ti volevo bene lo stesso”
Ringrazio Egidio Palumbo, Ferdinando Parisella e Mario Iavarone per i racconti e le emozioni trasmesse. Mando inoltre un abbraccio forte ai figli, Giorgia e Carlo.



Io lo ricordo da bambino ho 10 anni di piu di tutta la famiglia ho un rcordo netto di lui piccolo sulla carrozzina con Paola la sorella abitavamo vicino a loro, le case popolari erano un paradiso in qel ambiente si cresceva con valori oggi impensabili Massimo era uno di noi il papa non lo ricordo la mamma era amica di mia madre quante punture mi ha fatto grande persona ciao Massimo
. Armando Raponi