Un estuario fecondo d’isole, Simone Migliazza e la potenza delle parole

Un estuario fecondo d’isole, Simone Migliazza e la potenza delle parole

10 Agosto 2020 0 Di Luca Cianfoni

Uscito a giugno scorso, “Un estuario fecondo d’isole” (Pluriversum edizioni), esordio poetico di Simone Migliazza, è già alla quarta ristampa, a dimostrazione di una scrittura efficace, essenziale, che colpisce nell’animo e interroga ognuno di noi.

Simone Migliazza, la poesia, la parola

Simone è originario della Calabria, ma ormai latinense per adozione. Si è trasferito nel nostro territorio per affrontare gli studi storico artistici alla “Sapienza” di Roma e completare anche la sua formazione musicale al Conservatorio di Latina. Un uomo dunque che vive di arte, anzi meglio dire che vive alla ricerca di bellezza, che ritrova nelle parole e nel loro suono oltre che nel loro significato.

Io credo che tutte le arti in segreto si rivolgono alla musica – confessa Simone -, che è arte immediata e non ha bisogno di medium per comunicare. Nella poesia per me è contato tanto essere musicista, nel suono della parola ritrovi anche un’atmosfera che è data dalla sonorità. Il senso della poesia lo senti quando la declami ad alta voce, lo ritrovi lì perché lo cogli nel suono e la musicalità della parola.

È proprio grazie alla musicalità e alla forza prorompente delle parole che a 14 anni si ritrova folgorato dalla poesia il Re degli Elfi di Goethe (caso vuole che sia anche uno dei lied più famosi di uno dei compositori preferiti da Simone, Schubert):

In primo superiore con dei miei compagni di classe avevamo costituito una sorta di circolo letterario. Eravamo tutti appassionati di letteratura e una mia amica mi fece leggere dal libro di antologia della scuola questa poesia di Goethe e ne rimasi meravigliato. Con questi miei amici ci ritrovavamo spesso per leggere i passi dei nostri autori preferiti come Stephen King o a vedere film e ascoltare musica e da lì ho iniziato a interessarmi e a scrivere.

La scrittura di Simone è precisa, accurata, ogni termine è studiato, mai banale o fuori posto e lascia immaginare al lettore oltre che immagini anche suoni, odori, sensazioni che difficilmente con la parola si riescono ad evocare, proprio come uno dei suoi “maestri”, Montale.

La cosa che più mi piace degli Ossi di seppia di Montale è questa capacità di renderti con il lessico, con quella determinata parola, un’atmosfera che è data dalla sonorità. Sulla parola cerco l’etimologia, la porto lontano da me per vederla meglio e per capire a cosa rimanda; poi ci sono delle parole a cui ti affezioni in maniera particolare, perché ti ricordano qualcosa che ti è affine. Sarebbe il caso di girare con un taccuino in cui appuntare tutte le parole che ci colpiscono, che descrivono una determinata cosa. Se conosci poche parole hai una conoscenza limitata del mondo, più ne hai più capisci ciò che hai intorno, ma conoscere tanti termini aiuta anche a definire, a descrivere ciò che senti.

La nascita di Un estuario fecondo di isole

Un estuario fecondo di isole si può dire che è un vero e proprio prodotto del lockdown. In questo periodo di forte isolamento infatti Simone Migliazza ha avuto il tempo di guardarsi alle spalle e dare forma a ciò che aveva scritto, che in sostanza è il prodotto di ciò che lui è stato. Allo stesso tempoha avuto anche la spinta interiore giusta per riuscire a pubblicare le proprie poesie. C’è stato molto lavoro di labor limae e il suo metodo, ci svela, è simile a quella utilizzata da Michelangelo:

Ho cercato di lasciare da parte tutto quello che è superfluo, all’inizio per la voglia di voler dire, scrivi anche troppo, ma sono voluto arrivare all’essenziale; come Michelangelo che vedeva nel blocco di marmo la scultura già in potenza, doveva solo togliere il materiale eccedente, liberarla. Ecco per le mie poesie ho cercato di lasciare solo ciò che serve.

L’immobilità dell’io, l’amor che move ‘l sole e l’altre stelle

Il libro è sostanzialmente un viaggio verso l’esterno, si parte infatti dagli studi su se stessi, sul proprio corpo e non solo, attraversando l’amore passionale e quello filiale (Amori), fino ad arrivare ai paesaggi (Stagioni e Acquerelli). È un viaggio che vede l’io poetico confrontarsi con se stesso, dall’immobilità e frammentarietà di situazioni presenti, alle azioni più nette e veloci, agli assalti dell’amore.

Più che immobile, è come se l’io fosse un ricettacolo di qualcosa, guarda ciò che gli succede all’esterno; accadono delle cose che ti risuonano dentro, ti passano attraverso e le ritiri fuori filtrate dalla tua personalità, da tutto ciò che sei tu in quel momento. Alcune volte è come se certe cose accadono e basta e tu non hai potere di gestirle, sei lì, non hai forza e aspetti che arrivi il momento in cui rifiorisca qualcosa. Per quel che mi riguarda, molto spesso, mi ritrovo a scrivere nei momenti di difficoltà, perché penso che la poesia sia un momento di riflessione, di stasi, ma anche un modo per chiudere determinate cose e ricominciare a mettere tutto in moto.

E infatti quando si parla d’amore, l’io poetico scatta, va agisce e non è più agito, poiché si rivolge verso l’esterno, comincia a condividere la passione e il sentimento con gli altri, “l’amore muove”, dice Simone e torna in mente l’ultimo verso della Commedia dantesca, “l’amor che move ‘l sole e l’altre stelle”.

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La copertina del libro Un estuario fecondo d’isole, di Simone Migliazza

Il rapporto con la natura

Ma è anche un libro che riflette a pieno lo spirito di osservazione di Simone, che nella natura e in ciò che lo circonda cerca sempre un equilibrio, un confronto.

Con la natura il rapporto è quasi fideistico, sicuramente positivo. Personalmente non credo a paradisi o inferni, ma sento un elemento vitale e vitalistico in lei, percepisco una forza che agisce direttamente al suo interno. È una dimensione del sacro che mi sono dato io. Sono un appassionato di foglie – elemento ricorrente nel libro – così perfette, bellissime, con le loro venature e di alberi, che sembrano così fermi, immobili, quando invece al loro interno scorre continuativamente la linfa.

Così come la pioggia che invece di preannunciare momenti terribili e distruttivi, nell’universo poetico di Simone è quasi una benedizione del mondo esterno.

Pioggia non è solo cielo grigio, ma semplicemente acqua. Il profumo della pioggia dopo una giornata afosa d’estate, ormai un cliché, non si può dire qualcosa di negativo, è un respiro. In una mia poesia la pioggia vuole creare un ambiente di intimità come un alcova, una protezione.

Il presente frammentario e il passato da vedere da lontano

La poesia di Simone non è solo descrittiva, ma anche fortemente analitica e a volte basta anche una sola goccia d’acqua a far scoprire il proprio corpo e andando più a fondo anche la propria coscienza. Ci si imbatte dunque con se stessi con il presente, ci si accorge che l’io non può essere che frammentario, che noi siamo costretti a proteggerci per non mandare in pezzi ciò che siamo; ci si rende conto che il presente non può essere diverso da questa visione caleidoscopica e che questi piccoli frammenti prendono un loro significato solamente diventando passato e guardandoli più da lontano. Allora il passato diventa un ricordo felice e tutto si ricompone, riprende la sua posizione.

Probabilmente il passato è un’età più compatta, perché quello che è stato si è allontanato e allora riesci a vederlo meglio. È difficile dire chi sono, posso dire che ho fatto che ho sentito in un particolare momento, nel presente c’è sempre la frammentarietà come a dire “io chi è”? Resta molto vivo il fatto che tra passato e presente non ci sia una frattura così netta alcune cose del passato ancora mi stanno accadendo adesso.

Il ruolo dell’artista nella società e le future isole

Molto precisa e definita è anche l’idea e il ruolo di artista per Simone all’interno della società attuale:

Secondo me bisogna fare un distinguo tra l’artista e l’intellettuale, ques’ultimo è colui che avendo uno sguardo sull’oggi riesce ad interpretare i fatti e dare una visione, una direzione anche al futuro. Il compito dell’artista è custodire, riscoprire, regalare la bellezza, non l’essere estetizzante della forma, ma una bellezza che ti restituisca una sensazione di pienezza, che ti faccia sentire vivo. Il compito dell’artista è risvegliare quella sfera del sentire che risulta un po’ assopita per tutti noi che ogni mattina andiamo a lavoro e siamo anestetizzati da mille incombenze. L’artista deve riuscire a venire in contatto con questa tua parte, deve riuscire ad attivarla, a farti scoprire queste cose che puoi sentire. Credo che una cosa del genere può avvenire con qualsiasi esperienza, con la musica, la lettura, il teatro, una poesia, qualsiasi cosa, entrare in contatto con queste cose che sembrano le più superflue, significa vivere ed evitare di sopravvivere, significa entrare in contatto con la parte più bella dell’esserci.

Il libro è stato un grande successo, tanto che l’editore Pluriversum è già arrivato alla quarta ristampa, per cui la nostra domanda finale è d’obbligo, a quando un altro estuario così fecondo di isole?

Sicuramente sto continuando a scrivere e fortunatamente non è una cosa che si è esaurita, io spero di continuare perché nel momento in cui scrivi significa che qualcosa senti, mi dispiacerebbe non essere in contatto più con alcune cose.