“A spasso con Giusi” la Prof Caddeo Del Grande mi racconta Littoria e la guerra
16 Agosto 2020Adoro le storie della mia città ed è per questo che ne vado quasi ossessivamente alla ricerca, ma è stato il caso a farmi incontrare la professoressa Giusi Caddeo Del Grande, ex insegnante di diritto ed economia politica del ragioneria “Vittorio Veneto”, la prima scuola superiore di Latina. Giusi è una donna che ha vissuto Littoria e le conseguenze della guerra, non potevo farmi sfuggire l’occasione di ascoltare i suoi racconti, che con tanta generosità mi ha messo a disposizione, e che io vi sto per narrare.
A Latina abbiamo la fortuna di avere persone che hanno vissuto la città dai primi vagiti, e ce la possono raccontare. Perciò continuo a ripetere che gli anziani sono patrimonio dell’umanità e noi dobbiamo sfruttare al massimo queste preziose testimonianze, che altrimenti andrebbero perdute. Se avete degli anziani in casa non considerateli mai un peso, semmai un’opportunità del sapere, anche se solo fossero delle ricette.
Ho conosciuto quasi per caso la professoressa Giusi Caddeo Del Grande. Avevo scritto un articolo sui civili morti nella seconda guerra mondiale a Littoria, e lei aveva commentato un mio post su Facebook, scrivendo che quei momenti terribili li aveva vissuti anche lei.
Non c’ho messo molto a rintracciarla, grazie anche al mio amico Mauro Corbi che è stato suo alunno. Poi, subito dopo, ho scoperto essere la mamma di una mia cara amica, Miriam Del Grande. È nata quindi un’amicizia virtuale, con scambi epistolari sempre molto interessanti, fino a che non abbiamo deciso di incontrarci qualche giorno fa. Perché è bello dialogare e incontrarsi sui social, ma appartengo a una generazione a cui piace di più il contatto umano.
Decidiamo il luogo dell’appuntamento. Mi è venuto spontaneo, visto che si sarebbe parlato degli anni trenta, proporre un bar nato proprio in quel periodo, il bar Mimì, dell’amico Bruno Perrelli che, mannaggia, non mi vuole mai concedere interviste, ma io gli voglio bene lo stesso. Insomma un appuntamento con la storia. Appena incontrati mi dà del “lei”:
«Ma se sui social ci diamo del tu, perché darci del lei di persona?». Mi sorride e continuiamo con il “tu”.
I racconti di Giusi
Entriamo nella saletta del Mimì dopo essere passati davanti a Bruno che ci guarda perplesso. Inizia così il suo racconto su come si svolgeva la vita a Littoria prima e durante la guerra:
«Avevo due anni quando mio padre, che era finanziere, venne trasferito a Littoria, venivamo da Milano, dove ero nata. Mio padre era di origine sarde e mia madre umbre. Era il 1938 e per le prime settimane alloggiammo alla pensione “Bella Vista” in piazza della Libertà che allora si chiamava piazza XXIII Marzo. Poi ci diedero casa in piazza Dante, in una bella palazzina dell’INCIS accanto alla scuola. Mia madre rimase colpita dalla nuova città, le piaceva molto tutto quel verde mantenuto con grande cura. Mi raccontava che ai giardinetti, dove ora c’è il monumento ai caduti, vi erano dei grandi vasi e ogni giorno cambiavano la data con i fiori. I miei ricordi iniziano, invece, in piazza del Popolo, che allora si chiamava piazza del Littorio, gremita di militari della Marina. Mi fecero fare da madrina a un ragazzo che partiva per il fronte, credo fosse il 1942. Ormai eravamo in guerra, anche se a Littoria la vita sembrava scorrere tranquillamente. Io continuavo a giocare sotto casa con le mie amichette, giocavamo a campana, palla prigioniera, palla avvelenata, ai quattro cantoni. Mio papà ogni tanto ci portava al cinema dell’Aquila, l’unico della città, che si trovava dove poi costruirono il palazzo della Standa, ora Feltrinelli. Oltre la proiezione dei film, facevano teatro e avanspettacolo, ricordo che venne anche Aldo Fabrizi, ma i miei non mi portarono. Poi aprirono il cinema Corso e quasi contemporaneamente il cinema dei preti a San Marco. Per ballare, i ragazzi e le ragazze, andavano nella Casa del Contadino, dove ora c’è il grattacielo Pennacchi. Il sabato era festa e dal terrazzo di casa vedevo le ragazze che riempivano piazza Dante. Eseguivano degli esercizi ginnici con i cerchi e io ne rimanevo ogni volta affascinata. Andavamo a giocare anche accanto la chiesa San Marco dove c’era una giostra di legno che facevano girare a mano. Lì c’era sempre Don Torello, il parroco della città, che era il punto di riferimento per tutti».

1940 Giusi Caddeo ai giardinetti pubblici
E della guerra cosa mi racconti?:
«Racconti terribili che non riuscirò mai a dimenticare. Vicino casa nostra c’era un rifugio, dietro la Prefettura, un altro stava nella zona dove ora c’è la chiesa Santa Maria Goretti, ma a volte non facevamo in tempo e scappavamo giù in cantina. Pensa che la cerimonia della mia prima comunione l’ho fatta proprio in cantina ed in pigiama, e io che ci tenevo tanto a farla con il vestitino. A un certo punto ci trasferimmo dentro i rifugi, tanta era la paura di essere bombardati. Ricordo due preti che ci venivano a confortare, e agli adulti portavano anche il vino che usavano per dire la messa, Don Maurizio Vaccarono e Don Piero Artusio». Il racconto è intervallato da emozioni forti, e dopo una breve pausa Giusi riprende il racconto:
«Tra tutti c’era una solidarietà eccezionale cosa che non trovai a Roma quando sfollammo da Littoria. Andammo via con un camion e mentre viaggiavamo un aereo americano ci intercettò, lo vedemmo abbassarsi di quota e quando fummo quasi a tiro, mia nonna con grande coraggio fece fermare l’autista, scese con un fazzoletto bianco e l’aereo se ne andò. A Roma patimmo veramente la fame e un giorno mentre eravamo in fila per un pezzo di pane, una bambina si mise a piangere così tanto che la madre le disse che se non avesse smesso l’avrebbe fatta mangiare dagli sfollati. Guardai mia nonna e le dissi “nonna, ma che noi abbiamo mai mangiato bambini?” lei mi sorrise e mi fece cenno di no».

1942 Giusi sul terrazzo di casa sua in piazza Dante
Ricordi di qualcuno che morì a Littoria durante la guerra?
«Purtroppo sì, ricordo di un ragazzino che giocava sempre con me e le mie amichette e ci faceva sempre i dispetti, venne colpito credo vicino il tribunale si chiamava Vincenzo Ducale. Poi ricordo di un funzionario della Prefettura che venne colpito in piazza della Libertà e poi di un’intera famiglia che abitava al palazzo dell’Inail in via Fabio Filzi. Una bomba trafisse il fabbricato e li colpì in pieno, si salvò solo il capo famiglia”. L’emozione diventa di nuovo forte e i suoi occhi si fanno lucidi:
Quando siete tornati da Roma in che condizioni era Littoria?
«Era semi distrutta. Fortunatamente la nostra casa era intatta, ma la trovammo occupata. Ci dissero che noi eravamo fascisti e quindi dovevamo andarcene. Allora andammo in Prefettura, dove c’era un ufficiale americano. Mio padre e mia madre raccontarono quello che era accaduto. I miei ammisero di essere fascisti, e quel signore strinse loro le mani e disse “siete i primi ad ammettere di essere fascisti, qui a quanto pare non lo è nessuno”. Ci accompagnò personalmente e fece sgombrare la casa per ridarcela».

2020 Giusi Caddeo del Grande nella saletta del bar Mimì
Giusi abita ancora in quella casa. Si è sposata con Carlo Alberto Del Grande, che ora non c’è più, e ha avuto tre figli, Miriam, Francesca e Guido. Nella vita ha fatto l’avvocato e poi l’insegnante. Ha superato gli ottanta, ma usa il pc e Facebook. Giusi è una donna moderna anche se ha vissuto la guerra e appartiene a quella generazione che è diventata adulta troppo in fretta e io la ringrazio per aver raccontato un po’ del suo vissuto.
Ah dimenticavo: Giusi quando avverte il rumore di un aereo, torna indietro nel tempo, il cuore le batte forte e l’apprensione torna viva come ottanta anni fa… solo chi ha vissuto quei tragici momenti potrà capire. Noi, al limite potremmo solo immaginarli.


Bellissimo racconto complimenti a te e alla signora Giusy per questa testimonianza.