Il saluto di Isabella a Scipione Salvagni: l’utopia dei riformisti lepini

Il saluto di Isabella a Scipione Salvagni: l’utopia dei riformisti lepini

18 Novembre 2020 0 Di Fatto a Latina

Di Isabella De Renzi

Ci ha lasciato Scipione Salvagni. La notizia fa male. È come se fosse caduta giù una vecchia quercia sul Semprevisa. Per noi, gente dei Lepini, gli uomini sono grandi alberi, ne ammiriamo la grandezza e siamo fieri di poterci sedere all’ombra dei loro rami per riprendere fiato lungo il nostro cammino. Da oggi, qui su, mancheranno un albero, una sosta, un ristoro, delle radici. Ho visto Scipione l’ultima volta il 10 agosto 2019. Me lo ricordo bene quel giorno. Antonio Parisella, un’altra pietra miliare della mia formazione, presentava “Storia e comunicazione”, un volume di Antonio ed Enzo Parisella, pubblicato a dieci anni dalla scomparsa dello stesso Enzo. L’omaggio, per volontà di Scipione, avveniva nella biblioteca posta nel complesso della Locanda la Bella Lisa di Bassiano, di proprietà Salvagni, con la partecipazione del Centro Itala Fatigati Salvagni e l’Accademia di Vicinato. Intervenivano, oltre al professor Parisella, Scipione Salvagni e Mattia Pacilli. Basterebbe questo a definire luoghi, tempi e persone, ma il mio compito ora è di ricordare. Era da tempo che non mi recavo a Bassiano e il viaggiare, si sa, risveglia i ricordi: mentre mi incamminavo sola verso la Locanda, i miei passi avevano lasciato spazio ai ricordi: mi rivedevo vent’anni più giovane, in un freddo inverno bassianese, entrare nella biblioteca con Paolo per conoscere Scipione, Gaetano e sua sorella Isabella. Ero a casa. Accanto a un tavolo, Scipione e Paolo cominciarono a raccontare la loro storia, che era quella di una famiglia, di una comunità, di un periodo, dei Lepini, del Lazio e dell’Italia. Man mano che parlavamo, tutti loro mi donarono una parte di sé, un fotogramma del vissuto, un lembo strappato dalla valigia dei ricordi. Nel nome di Achille, che aveva tracciato una memoria autobiografica, un’intera famiglia si era riunita per mettere insieme i pezzi della memoria dalla quale avrei dovuto trarre la materia per la biografia. In quel caldo pomeriggio d’agosto di un anno fa, con il sole che filtrava dalle fessure delle finestre e tutti i libri diventavano colore del miele, la malinconia segnò un sorriso simile a una smorfia sul mio volto; pensai che quando Paolo mi telefonò per incaricarmi di scrivere, io avevo ventisei anni, ero una ragazzina, volenterosa e maledettamente innamorata della storia, certo, ma inesperta e impavida perché incosciente. Ero giovane, e la gioventù è tutte queste cose insieme. Ricordai Scipione, occhi dolci e voce rassicurante, dirmi di non preoccuparmi: un professore, Antonio Parisella, avrebbe guidato il mio lavoro. Eccomi, vent’anni dopo, ero a Bassiano, la mia patria putativa, con la gioia di poterli salutare di nuovo. È stato, questo, un momento di presa di coscienza. Sentivo sulla mia pelle il tempo trascorso. In pochi istanti, avevo fatto i conti con i miei sogni, con il mio percorso, e con ciò che avevo reso la mia vita. Oggi, appresa la notizia della scomparsa di Scipione, mi domando quanto abbiano inciso quelle frequentazioni sulla mia formazione. Quanto sarei stata più povera se non avessi letto ciò che ho letto e scritto ciò che ho scritto? Quale alchimia era ancora presente in quei luoghi vent’anni fa? Quali progetti c’erano e quale fiducia si aveva nei giovani? Vent’anni fa l’Italia non era un paese per giovani, non lo era già più. Ma quella fiducia io l’avevo sentita come una benedizione. Che scempio non credere nei giovani, non dare loro fiducia, non riconoscerne i talenti e le vocazioni. I Salvagni in queste terre hanno segnato un’epoca. Innovatori, progressisti, grandi sperimentatori. Non possiamo affermare di conoscere la storia dei riformisti se non conosciamo la storia di questi uomini. Hanno incarnato, ognuno con il proprio talento, con la propria inclinazione, l’idea di una società migliore, più equa. Lo fece Paolo, il farmacista che leggeva i giornali al popolo e ai pastori, lo fece Achille, il sindaco della “terra ai contadini”, del “piano di ornato”, della tutela del territorio, del rimboschimento. Lo fu nuovamente Paolo, con il suo amore per l’arte e per il teatro, quando amava ripetere che aveva imparato insegnando. Lo è stato Scipione, il quale, in nome del destino che gli apparteneva, ha camminato sulla strada dei padri, che era quella degli uomini lepini. Ha voluto mantenere inalterata la vocazione all’accoglienza del suo paese in nome della parte più bella del municipalismo. Credeva che ognuno di noi dovesse impegnarsi per conservare la bellezza di queste terre. “Ho intitolato questa locanda alla Bella Lisa- mi disse una sera-. Questa è stata una terra di briganti, e la storia di Lisa è straordinaria. Per custodire ciò che abbiamo – continuò – prima ancora che nelle opere, abbiamo bisogno di conoscere la nostra storia. Tu la conosci questa storia?” Voglio salutarti così, caro Scipione, con questo ricordo, che è mio, ma che credo debba appartenere a tutti i giovani incoscienti che incontrerò lungo il mio cammino.