L’Italia fa il compleanno, io che mi sento italiano

L’Italia fa il compleanno, io che mi sento italiano

17 Marzo 2021 0 Di Lidano Grassucci

La Patria, oggi è la festa dell’Unità d’Italia. A dire il vero a noi papalini la libertà arrivò 9 anni dopo. Nove anni di preti e bigotti, di codini e sacrestani. Oggi non la ricordiamo più quella condizione che ci schiacciava al medioevo quando il mondo imparava a correre con la locomotiva e di li a poco anche a volare.

La mia Patria era un sogno per i miei sotto il giogo di sottane che per “amore” ci tenevano “fedeli” e non “cittadini”, servi e non padroni dei destini. 160 anni fa un sogno di secoli diventava verità nella storia, cambiava la storia.

Poi essere italiani non è stato facile, non è facile, e non è neanche meglio o peggio di altri. Ma semplicemente è quella storia incredibile di un posto dove anche il tempo, ogni tempo, si ferma e indugia e poi ci ritorna. Le piramidi hanno la sabbia, le città greche gli ulivi, i maia la foresta. Qui i romani rinascono, la bellezza si fa barocca, la curiosità si fa università, la bellezza alimenta se stessa, qui nasce la certezza ma anche l’eresia del dubbio

Mi scusi Presidente
ma forse noi italiani
per gli altri siamo solo
spaghetti e mandolini.
Allora qui mi incazzo
son fiero e me ne vanto
gli sbatto sulla faccia
cos’è il Rinascimento.

Ogni volta, in questo giorno, tona il mio lessico familiare, la mia educazione impressionista (fatta di impressioni) di una nonna nazionalista che di nascosto ai maschi di casa comunisti e internazionalisti, mi leggeva di un tamburino sardo, di una vedetta lombarda, e capivo i boemi e croati mandati qui dal medesimo padrone che li faceva schiavi a farci schiavi nella chiesa di Sant’Ambrogio. E quel Goffredo Mameli che scrive nell’inno “siam pronti alla morte, l’Italia chiamò” e per l’Italia mori davvero e non solo in versi e per l’Italia della repubblica romana che resta bellissima di Mazzini e Garibaldi e…

Lei certosina mi raccontava di torti ed eroi, di Pisacane e di 300 che sono morti negati di chi volevano liberare, perché esser servi è più comodo di essere rivoluzionari.

La finisco qui, perché nonna ci andò di lungo e mi spiegò, verso per verso, l’Ave Maria ma subito dopo l’Inno di Mameli ed ho pianto per un ragazzo di Genova che viene a salvare Roma e capii che poi non aveva torto neanche quel comunista di nonno che era internazionale: perché in fondo nonna mi spiegava la patria come libertà, l’Italia come liberazione.

Mi scusi Presidente
ormai ne ho dette tante
c’è un’altra osservazione
che credo sia importante.
Rispetto agli stranieri
noi ci crediamo meno
ma forse abbiam capito
che il mondo è un teatrino.

Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo
per fortuna o purtroppo
per fortuna
per fortuna lo sono.

Giorgio Gaber, io non mi sento italiano

 

Nella foto: morte di Carlo Pisacane