Storia di libertà ad aprile: il voto socialista di nonna cispadana a cui i fascisti non piacevano

Storia di libertà ad aprile: il voto socialista di nonna cispadana a cui i fascisti non piacevano

10 Aprile 2021 1 Di Lidano Grassucci

Dedicato a chi pensa che si può dimenticare, a chi non ama i luoghi comuni, a chi pensa capovolto. A chi dice che a Latina sono tutti fascisti , a chi bestemmia che qui amavano Mussolini e a questa terra mia che è libera ad aprile

 

Aprile di questi tempi per i giacobini era fiorile, tempo del fiorire. E uno dei fiori più belli di aprile è quello della libertà. Ed io una storia di libertà voglio raccontarvi, una storia minima, ma una storia emblematica. E, perché, no anche fuori dai luoghi comuni che fanno del pontini, in particolare dei cispadani, dei fascisti per sempre.

La storia riguarda mia nonna, Gilga Pagin, classe 1904 da Piazzola sul Brenta, provincia di Padova. Venne qui, in questo agro maledetto, col marito perché lì, li dove vivevano avevano chiuso le fabbriche e da campare non ‘era proprio. Vennero per fame non  per ideologia, per “bonificare” o per “redimere”. E non erano giganti, ma povera gente, in un regime infame. E iddio maledica chi dice il contrario.

Sapevano la fame e la fame fame nera. Poi mio nonno Graziano morì a piazza del quadrato sotto le bombe e di lui neanche il ricordo è rimasto: mai ritrovato il corpo, come non fosse mai nato se non per quelle 5 figlie femmine che rimasero sole con Gilda.

Gilda fece il suo e tirò avanti, una donna pratica che non si inteneriva mai. Il piacere, la bellezza, la felicità non erano contemplate nella sua vita.

Ero nell’età delle curiosità e mi chiedevo della guerra e dei fascisti (ero stato educato da nonno Lidano e per me i fascisti erano, e sono, il peggio che possa esistere) ma a nonna avevano dato il podere, e tutti mi dicevano che i cispadani erano fascisti, o filo fascisti. E nonna era cispadanissima, parlava solo veneto, alta, occhi azzurri, una femminona che solo a guardarla ti facevi piccolo, piccolo.

Chiesi direttamente a lei, che parlava poco o niente e non si esponeva mai, chiesi del “regalo”, dei fascisti, e di come la pensava lei.

Non mi rispose direttamente ma mi raccontò una storia: era in una famiglia di 8 figli, 4 maschi e 4 femmine. Due di questi fratelli maschi erano andati in Belgio e lei, ogni tanto, partiva e li andava a trovare. Ogni volta pareva che dovesse andare a Gerusalemme, stavano a Liegi.

Lei mi racconta di uno di loro, Augusto, l’altro “belga” si chiamava Verdiano. Augusto era testa dura e si era innamorato da ragazzo di una fede, quella socialista e gli amori costano, costano tanto, costano una vita.

Quando arrivarono i fascisti lui non demorse, amava allo stesso modo la stessa fede. Tutto era vietato dai fascisti,  ma non il suo bavero e ogni 1 maggio che Dio mandava in terra, lui si vestiva a festa, prendeva il garofano rosso se lo metteva nel “libero bavero” e andava in piazza: schiena dritta e petto in fuori, cappello alle 11.

Naturalmente lui, e gli altri “fioriti” come lui, le prendevano di santa ragione, olio di ricino compreso dai fascisti che ne conoscevano il vizio. Stava male un mese. Tutti a raccomandarsi di lasciar perdere di non fare queste cose, di pensare a lui ma il 1 maggio successivo la storia era eguale per filo e per segno solo le botte dei fascisti erano di più.

Andò avanti anni, poi… poi dovette andar via in Belgio nelle miniere di carbone. Non erano botte ma la vita e la vita di tutta la famiglia.

E qui nonna mi confesso il “lascito” del fratello prima di partire: “Gilda ricordate ca pe nuantri poaretti questa l’è la bandiera, non te fa fregar Gilda, anche se mi parto”. Indicando la bandiera socialista.

E tu nonna?

“Se me fradeo, me ga ditto de far così e mi così faso”. Gli occhi azzurri di facevano lucidissimi, di pianto che non doveva far vedere a questo strano nipote, forse troppo curioso e con occhi di domanda da marocchino.

Così ho scoperto che nonna votava socialista, per non dare ragione a chi aveva fatto male al fratello e per amor suo.

I fascisti? “No, me piase”. Non disse altro.

Non riprese mai l’argomento, ma nella sezione elettorale dove votava lei c’era sempre un voto socialista che non capivano mai chi lo continuava a dare, c’era ma non ci doveva essere.

Zio Augusto è morto in Belgio, in Italia non è più tornato, una vita in miniera e addosso ancora i colpi presi per un fiore. I figli non sono in miniera.

Nonna è morta e alla sezione elettorale manca un voto per i socialisti.