Alfonso Farina, la storia dell’uomo gentile del Bar Farina

Alfonso Farina, la storia dell’uomo gentile del Bar Farina

2 Maggio 2021 0 Di Emilio Andreoli

Nel buio profondo in cui siamo caduti si vede un piccolo spiraglio di luce, la luce dei bar. Certo siamo lontani dal riassaporare pienamente il gusto e gli odori invitanti che ben conosciamo, perché è possibile consumare solo all’aperto, ma è già qualcosa. Sedersi ad un tavolino, assaporare un caffè o un aperitivo, salutare le persone che passeggiano è un po’ come tornare a vivere. Per questo amo raccontare dei bar, soprattutto quelli storici che hanno un’identità ben precisa, perché dietro ci sono sempre storie affascinanti, come quella di Alfonso Farina, l’uomo gentile del bar Farina.

Chi mi legge sa quanto ami frequentare i bar, lo ritengo importante come frequentare una biblioteca. Nei bar incontri la vita reale che ti passa davanti, e se sei attento riesci a leggere pure il vissuto delle persone. Poi ogni bar ha una sua anima, un suo pubblico, nessuno è uguale all’altro e questo dipende anche da chi lo conduce, oltre che al luogo dove è posizionato. Nel bar di Alfonso Farina si avverte ancora la sua impronta, la sua identità, anche ora che il testimone è passato alla sua inseparabile moglie e ai suoi figli.

Alfonso Farina da giovane, in divisa da barista

La storia di Alfonso Farina

Alfonso Farina nasce a Gaeta, nel quartiere Sant’Erasmo, il 14 marzo del 1939. Dopo poco più di un anno scoppia la guerra e il papà Amerigo, essendo antifascista, per sfuggire ai tedeschi che lo vorrebbero deportare in Germania, porta la sua famiglia nelle montagne intorno a Cassino. Dormono in una grotta scavata nella montagna. Per non farsi scoprire il papà, la notte, fa molta attenzione a coprire la luce del fuoco che accendono per riscaldarsi e cucinare.

Finita la guerra si trasferiscono in un campo profughi a Cesano di Roma. Dopo due anni si spostano a Sabaudia, in una palazzina vicino al lago adibita all’accoglienza per gli sfollati di guerra, oggi caserma della Marina Militare. A Sabaudia non c’è ancora il ponte per raggiungere il mare e Alfonso, che ha imparato a nuotare nel lago, lo attraversa a nuoto per andare sulla spiaggia.

Nel 1949 si trasferiscono nel campo profughi di Latina dove Alfonso completa le elementari a Piazza Dante, e poco tempo dopo alla sua famiglia viene dato un alloggio al Villaggio Trieste. Terminata la quinta elementare va subito a lavorare, nel 1955, come aiuto barista al Bar Roma (oggi Mokafe) della famiglia Cecchini in Corso Matteotti. Dopo qualche anno è costretto a interrompere per gli obblighi di leva militare. Al suo ritorno, nel 1962, lascia il Bar Roma e si sposta di poco e va a fare il barista al Bar Di Fiore (oggi non c’è più) in via Oberdan, e poi nel 1963 al bar di Silvio Di Russo in Piazza della Libertà.

Ma il suo sogno è quello di avere un bar tutto suo e Silvio, il suo titolare, lo sa e lo vuole aiutare ad esaudire quel desiderio. Un giorno lo porta sulla strada che va a Borgo San Michele, a poche centinaia di metri dai giardinetti, e gli mostra un locale libero e gli dice: “Questo è un ottimo posto, ti consiglio di prenderlo. C’è pure la fermata dell’autobus che è tra le più importanti di Latina. Da qui vanno a Sezze, Priverno, Pontinia, Terracina, pure a Frosinone ”. Anche se la strada non è ancora asfaltata per bene, Alfonso accetta il consiglio, ha un ottimo rapporto con Silvio Di Russo, si fida di lui e del suo intuito.

Alfonso Farina davanti al suo bar appena aperto

È l’8 agosto del 1964 quando inaugura il Bar Farina, grazie all’aiuto economico del padre e dai due fratelli, Luigi e Antonio oggi affermato pittore, ma grazie anche alla disponibilità del responsabile della Morganti Caffè che crede nel suo progetto. Inizia così l’avventura di Alfonso come imprenditore. È solo e i sacrifici sono tanti, ma lui è figlio del dopoguerra e non si spaventa della fatica, magari è più spaventato per i debiti di cui si è caricato per aprire l’attività. Però la vita è imprevedibile: una mattina di gennaio del 1965 come solitamente fa, porta i caffè al mercato coperto, quando tra quei banchi conosce Tommasina Cucchiarelli che ogni mattina viene a vendere l’insalata da Cori, ed è subito amore.

Già dopo tre mesi Alfonso dice a Tommasina di volerla sposare, ma lei si preoccupa del padre che mai la concederebbe così presto a uno appena conosciuto, ma lui è uno che si fa voler bene e presto conquista la fiducia del papà di Tommasina. A ottobre dello stesso anno sono già sposi e ora sono in due e si fanno forza a vicenda. Lui la mattina apre poco prima dell’alba perché sa che c’è molta gente che inizia a lavorare a quell’ora, e vuole conquistare quella clientela. D’altronde per pagare i debiti deve fare molti sacrifici.

Alfonso con la sua inseparabile moglie Tommasina

Alfonso è un imprenditore attento e sfrutta al meglio la posizione del suo bar allargando la clientela portando i suoi caffè a domicilio, al mercato coperto, alla scuola di fronte il suo bar, ma anche nei negozi limitrofi. Con la vendita di biglietti e abbonamenti per le linee urbane e extraurbane e per le Ferrovie dello Stato, avendo la fermata dei pullman, i clienti diventeranno sempre più numerosi. Poi con l’inserimento nel bar dei suoi tre figli, Silvia, Fabrizio e Emanuele acquista i negozi adiacenti per ingrandire l’attività, e per lui è una soddisfazione unica avere la famiglia unita e lavorare in armonia tutti insieme.

Il mio ultimo ricordo di Alfonso e l’incontro con il figlio Emanuele

Era una sera del 2018 e Alfonso e il figlio Emanuele avevano portato, in un ufficio sopra il mio negozio, un rinfresco per una ricorrenza, ma la segretaria aveva sbagliato di un giorno. Alfonso entrò per salutare mio cognato Antonio Di Cicco, entrambi appassionati di calcio, e riferì dell’errore. Mi colpì la sua tranquillità:

La ragazza si è sbagliata, che dobbiamo fare?! Domani prepariamo tutto di nuovo e glielo portiamo, mica glielo facciamo pagare due volte. Sono cose che capitano

E così il rinfresco lo fece scaricare nel mio negozio in segno di amicizia. Questo è l’ultimo ricordo che ho di Alfonso, del suo essere gentile e generoso. Dopo qualche mese, a causa di un improvviso malore, era venuto a mancare. Ogni volta che vedo il figlio Emanuele in giro in bicicletta, con il vassoio in mano pieno di tazze e tazzine, mi viene in mente il papà. Così l’ho voluto incontrare per raccontarvi un po’ della sua storia.

Alfonso Farina con la sua adorata famiglia

Alfonso ha creato una macchina perfetta, e più che un bar è un luogo dove incontrarsi di giorno prima di tornare al paese, e il pomeriggio dove poter giocare a carte dopo il lavoro e godersi una buona birra fresca. Fino a una quindicina di anni fa apriva anche il sabato notte per i nottambuli come me che, all’uscita delle discoteche, amavano farsi un cappuccino. Insomma ha dato sempre un grande servizio alla nostra comunità. La moglie Tommasina, che è ancora in prima linea dietro il bancone del suo bar, ricorda così il suo amato marito:

Alfonso era gentile con tutti, non si arrabbiava mai e anche se qualcuno si ubriacava lo accompagnava fuori garbatamente, lui sapeva sempre come comportarsi. È stato un instancabile lavoratore e i sacrifici li ha fatti per la famiglia, per dare un futuro ai nostri figli. Ora vorremmo ristrutturare il bar, renderlo più moderno, ma di questi tempi abbiamo un po’ paura, sarebbe come fare un salto nel buio

Per sdrammatizzare mi racconti un aneddoto divertente avvenuto in questo bar

Era il 22 luglio del 2018, era ancora vivo mio marito. A Latina c’era il concerto di Calcutta, che io non sapevo chi fosse, anche se mio figlio continuava a dirmi che lo conoscevo perché era un nostro cliente notturno. Noi quella sera aprimmo perché la città era piena di gente. Poi la notte entrò un ragazzo che era nostro cliente abituale, e mio figlio esclamò “è lui Calcutta!” e io rimasi sorpresa e gli dissi: “ah sei tu che hai fatto tutto ‘sto casino?!” e lui si mise a ridere

In bocca al lupo alla signora Tommasina e ai suoi figli. Incrociamo tutti le dita sperando di tornare, al più presto, alla normalità della vita.