24 maggio, a quei fanti… non tornarono in 700 mila
24 Maggio 2021“Correndo la incontrai lungo le scale, quasi nulla mi sembrò cambiato in lei”, è una strofa di una canzone di Guccini che racconta di “rincontri”. Di quei ritorni che sono giochi di memoria. Capisco anche lo spirito di quella canzone perchè piu’ tempo abbiamo nell’archivio dei ricordi, piu’ questi fermentano, macerano e fanno fumi di un alcol strano che è la nostalgia. In genere la fermentazioni fa dolce quello che dolce non è, a a dire il vero, il presente è sempre meglio e l’unico tempo che vale la pena vivere è domani.
Ma la nostalgia ti prende e ti disperde, ti stordisce.
Oggi è il 24 maggio e leggo di una canzone che racconta di questo giorno, ma del 1915, quando i fanti calmi e placidi passarono il Piave per far contro il nemico una barriera. Ma non è la storia in se, ma come me l’hanno raccontata. Perchè mia nonna era nazionalista, a dirlo oggi che i partiti si disgregano e le idee sfumano, sembra dire una bestemmia. Era dell’idea che l’Italia prima di tutto e raccontava di quell’eroismo che coinvolgeva il fratello che la guerra, la Grande guerra, l’aveva fatta. Ogni volta che parlava dei fanti penso al fratello di nonna che “faceva il present’arm con il mortaio, tanto era forte”. Effettivamente era forte, un pezzo d’uomo robusto, nella vita faceva il maniscalco, batteva il ferro. La nostalgia sono i suoi racconti così puntuali che pareva la guerra l’avesse fatta lei e gli austriaci sapevano di sego come nella poesia di Giuseppe Giusti.
Il Piave mormorava e nonna mi parlava dell’andata, ma sul Piave ci fu anche un ritorno quando su quel fiume si combattè l’ultima speranza di non perderla la guerra dopo Caporetto e l’ennesima figuraccia dei generali italiani. Davanti casa mia a Sezze, c’è la statua del soldato che bacia la bandiera, monumento ai caduti, li si evidenzia lo spirito di nonna, donna pia ma che prima della Chiesa aveva il Re e prima del re l’Italia.
Nonna sapeva che ero repubblicano, socialista, anticlericale e mi rispettò, come io rispetto lei, non il suo Re, ma la sua scelta anche per il re. Mi insegnò che la libertà la devi difendere nel diverso da te, non confermarla in quelli come te.
Mi lesse tutto il libro Cuore che, ancora adesso piango per la Piccola vedetta lombarda, per i soldati che passando da quelle parti gettano un fiore sul corpo di quel ragazzo bambino, per il tamburino sardo. Correndo, in questo vivere, l’incontro di tanto in tanto la mia memoria e quasi nulla mi pare mutato in lei, ma sono mutato io da bimbo con occhi sgranati a sognare domani a vecchio intriso di timori per domani che il tempo è corto.


